L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Votare (Sì) al referendum fa bene alla democrazia

di Adolfo Spezzaferro -


In una stagione purtroppo storicamente segnata da sfiducia, polarizzazione e distanza tra istituzioni e cittadini, il referendum sulla riforma della magistratura rappresenta un passaggio di straordinaria rilevanza civile. Non è soltanto una consultazione su norme tecniche: è un momento in cui la sovranità popolare si esprime nella sua forma più alta e consapevole.

A ciò aggiungiamo che se chi vuole che vinca il Sì vuole che la riforma passi deve assolutamente andare a votare, altrimenti vincerà il No. Ma il punto è che la magistratura costituisce uno dei pilastri dell’ordinamento repubblicano. Il suo buon funzionamento incide direttamente sulla qualità della vita democratica, sulla tutela dei diritti, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla certezza del diritto.

Ogni intervento che miri a renderla più efficiente, trasparente ed equilibrata merita un confronto serio, informato e partecipato. Proprio per questo il referendum assume un valore che va oltre il merito dei singoli quesiti: chiama ciascun cittadino ad assumersi una responsabilità. Per una volta, a decidere sulla giustizia sarà il cittadino. Il referendum è lo strumento più potente di democrazia diretta che la nostra Costituzione mette a disposizione degli elettori. In quel momento non vi sono deleghe, non vi sono mediazioni: la decisione passa direttamente attraverso la volontà popolare. È un esercizio di cittadinanza attiva che rafforza il patto repubblicano e ricorda a tutti che le istituzioni appartengono ai cittadini, non il contrario.

Andare a votare significa riconoscere il valore del confronto democratico e contribuire, con il proprio voto, alla direzione della nazione. Significa non lasciare che siano altri a decidere al nostro posto. Anche chi nutre dubbi o critiche verso la riforma ha nel voto lo strumento più coerente per esprimerli. L’astensione, al contrario, indebolisce la partecipazione e affievolisce la forza della decisione collettiva. E, lo ripetiamo, nel caso specifico del referendum del 22 e 23 marzo, non andare a votare significherebbe far vincere i No e quindi lasciare tutto com’è (e com’è non va bene).

Qualunque sia l’orientamento personale, l’appuntamento referendario merita attenzione, studio e presenza. La democrazia vive di partecipazione concreta, non di indifferenza. È nella cabina elettorale che si rinnova, silenziosamente ma con forza, il principio secondo cui il potere appartiene al popolo. E ogni volta che scegliamo di esercitarlo, rendiamo più solida la nostra Repubblica.


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