Bossi, la statura di un gigante
C’è stato un tempo, e forse non è finito del tutto, in cui la politica italiana produceva uomini che non chiedevano il permesso di esistere. Umberto Bossi è stato uno di questi. Non il più elegante, non il più educato, non il più presentabile. Ma proprio per questo vero. Ruvido, irregolare, perfino scomposto, e dunque politico di razza, capace di portare nella storia un popolo, un territorio, un conflitto, un’identità. In un Paese di mediatori da salotto, di tribuni col doppiopetto, di rivoluzionari in franchising e di popolani con l’autista, il Senatùr fu una cosa che oggi quasi scandalizza, un leader.
Non una maschera televisiva, non un prodotto dei laboratori partitocratici o delle élite, non un moralista d’accatto che scopre il popolo quando c’è da usarlo per la carriera. Bossi non si è mai imborghesito. Non ha imparato il galateo del potere romano. È rimasto quello che era, un uomo del Nord che parlava al Nord, dal Nord, per il Nord. In questo si consuma il suo delitto politico, e insieme la sua grandezza. Per decenni l’Italia ha celebrato la questione meridionale come un rosario civile da sgranare senza mai scioglierlo. Bossi ruppe la liturgia e impose la questione settentrionale. Un’eresia. Ma certe eresie hanno più verità di narrazioni conformiste e colte. Disse che i territori non chiedono compassione, chiedono potere. E chi non costruisce potere resta racconto.
Io non condivido il modello federale dell’Italia e rigetto l’autonomia differenziata, che considero una torsione della nostra cultura e dell’unità amministrativa dello Stato. Ma bisogna essere onesti, certe crepe non le hanno aperte i leghisti della prima ora da soli. Altri, per calcolo politico e miopia strategica, hanno messo mano alla Carta e al regionalismo con leggerezza da apprendisti stregoni. Bossi è stato durissimo contro Roma, contro le sue incrostazioni, contro il professionismo parassitario della partitocrazia. Ma non è mai scivolato nel riflesso miserabile di chi sputa su tutto per poi diventare organico all’élite. Non ha mai fatto delle forze di polizia un bersaglio ideologico.
Sapeva distinguere il conflitto con Governo, Parlamento e palazzi dal rispetto per le forze di polizia che ogni giorno reggono l’ordine pubblico e la sicurezza. È qui che la sua figura diventa pedagogica, considerato che abbondano quelli che si autoproclamano voce del popolo e non ne hanno né l’odore né il peso.
C’è il qualunquismo dell’ultim’ora, che scambia la rabbia per cultura politica. C’è il populismo d’occasione, che usa i ceti meno abbienti come fondale emotivo e li abbandona appena si spengono le luci dello studio. E c’è soprattutto il giustizialismo moralista, quello che non rappresenta il popolo, lo giudica e non lo ascolta, lo arruola ma non interpreta il suo dolore.
Bossi no. Bossi, nel bene e nel male, non recitava il popolo, lo incarnava. E intanto i politici del Sud, terra di pensatori enormi, hanno spesso tradito le lezioni di Gramsci, Fortunato e Salvemini, che non consegnarono al Mezzogiorno un alibi, ma una responsabilità. Di quella tradizione, troppi politici meridionali hanno fatto carta da citazione per coltivare se stessi. Non generando leoni, ma figuranti, non rappresentanti, ma carrieristi, non popolo organizzato, ma clientele e vanità impettite. E così la questione meridionale è rimasta lì, come una pratica mai evasa. Non per mancanza di intelligenze, ma per assenza di statura.
La politica non si misura dalla rispettabilità del tono da salotto, ma dalla forza della rappresentanza. E Bossi, che pure si può criticare, la rappresentanza l’ha esercitata sino in fondo. Si può non condividere e respingere la sua idea di Italia. Ma non si può negare che abbia incarnato una qualità ormai rarissima, la verità politica di una leadership non simulata, autentica. Non una comparsa in cerca di applausi, non un pedagogo del nulla, non un tribuno da talk show. Un leader. Per questo la sua eredità non può essere dispersa. Perché la statura dei giganti la natura la concede con avarizia, e quando un gigante passa, i nani del tempo scambiano sempre la propria ombra per altezza.
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