Belfast e i fiumi di sangue sull’asfalto
La politica contemporanea sembra vivere nel fantasioso utopico paradiso di chi spera che, non facendo nulla, nulla mai accadrà. Ma quando le istituzioni abdicano al dovere fondamentale di prevenire i grandi stravolgimenti e le crisi sociali, il risveglio è sempre brutale.
Da Belfast è arrivata una risposta estrema, cruda, tremenda. Ma è anche l’unica risposta che può arrivare laddove lo Stato si rifiuta di vedere la realtà, costringendo i cittadini a pensare che l’unica alternativa rimasta sia farsi giustizia da soli.
Belfast non è una città come tante altre. È una terra che ha dimostrato una resilienza storica straordinaria nel lottare per la propria indipendenza. Chi è stato abituato per decenni a vedere il sangue della propria gente scorrere sulle strade considera quel sangue sacro. Pensare di imporre dinamiche di immigrazione incontrollata in un simile contesto, senza una reale struttura di inserimento, significa giocare con il fuoco sopra una polveriera. Soprattutto perché lì si è abituati a uccidere chi fa scorrere sangue irlandese.
Oggi l’Europa intera si rispecchia nelle fiamme dell’Irlanda del Nord. C’è un problema macroscopico di immigrazione e, soprattutto, un problema strutturale di inesistente integrazione. La retorica progressista è diventata repellente.
Non si può sempre accampare la comoda scusa del razzismo o evocare presunte colpe storiche dell’Occidente per giustificare l’atteggiamento violento e aggressivo di molti nuovi venuti, che spesso hanno avuto tutto dai nostri paesi.
Se i governi continuano a non prendere provvedimenti drastici per difendere la propria gente, le persone arrivano a difendersi da sole. Lo fanno in modo estremo, disordinato, magari colpendo persino chi non c’entra niente. Ma simili comportamenti, sebbene non possano trovare giustificazione sul piano civile, trovano una chiara comprensione se paragonati a una colpa ancora più grande, la totale ignavia delle istituzioni.
Non auspico certo un futuro cupo come quello profetizzato da Enoch Powell nel suo celebre discorso sui fiumi di sangue. Eppure, l’incapacità delle classi dirigenti – soprattutto progressiste, ma, purtroppo, non solo – di governare un fenomeno epocale sta sconvolgendo la vita reale delle persone.
Le istituzioni devono darsi una svegliata, tornando a difendere l’identità dei territori e la sicurezza dei propri cittadini.
Chi vede se stesso, la propria cultura e il futuro dei propri figli minacciati dalle tensioni sociali quotidiane, quelle che si consumano nelle periferie e non nelle remote e ovattate stanze dei palazzi radical chic, giunge a una conclusione drammatica. Non esiste al mondo altro amico su cui contare se non se stesso e il proprio vicino di casa.
La colpa morale e politica di quanto accaduto a Belfast ricade interamente sulla schiena di una classe politica inadeguata. C’è il dovere assoluto di agire subito, prima che l’eccezione diventi la regola.
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