Il caporalato: una tragedia non solo meridionale
La tragedia germinata dal caporalato che si è consumata nel distretto calabro lucano chiede ora di sopravvivere alle cronache del dolore per attingere una consapevolezza critica e quindi una condivisione capaci di incidere sulle politiche di accoglienza e di inclusione e su un welfare da restituire a dimensioni umane.
Non è stata una tragedia solo meridionale ma si è caricata fatalmente di caratteri, eredità e riflessi che denunciano un potente stato di regressione se non di barbarie. Un fenomeno estetico e letterario cui la moderna antropologia dovrebbe riservare una aggiornata riflessione.
Poiché non è solo materia di ordine pubblico e di sicurezza, ma di civiltà. Chiama infatti in causa nodi primordiali, valori iscritti nella natura prima che nella qualità del genere umano. Sarà bene quindi pretendere insieme con il pieno recupero di previdenza e tutele anche la garanzia dei diritti e della dignità.
Da uno storico sindacalista lucano come Pietro Simonetti, da sempre impegnato sul fronte della difesa di quel “genus multietnico” che si affaccia ai bordi del mercato del lavoro, è possibile raccogliere analisi ed evidenze di un processo che non potrebbe solo essere affidato a ispezioni controlli e denunce (ch’è pura necessaria profilassi) ma strategie preventive. Ciò che significa accoglienza e gestione dei flussi, soprattutto assistenza e garanzie in ordine ad assistenza e regolarità dei contratti. Insomma un sistema posto a presidio non solo del lavoro ma delle aziende che si sentano tutelate dentro un mercato sicuro. Presidiato contro le agromafie, in una società compresa a rassicurare dalla “regola” e in uno Stato chiamato a farla osservare.
Aggiungo: che parta dal Mezzogiorno un “inizio di buona politica” non dovrebbe stupire. Non è forse nel Sud, in ogni Sud, il deposito di sofferenza storica che dovrebbe portare alla naturale condivisione più che al conflitto? È pura illusione? Chissà!
Torna alle notizie in home