Conte pontifica e pianifica ma non è pronto per il voto anticipato
Giuseppe Conte continua a mostrare un talento speciale: dire che è pronto, ma far capire l’esatto contrario. Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, ci si aspettava il guanto di sfida, la chiamata alle urne, l’urlo del gladiatore. Invece, l’ex premier ha scelto la via della meditazione: niente voto anticipato, ma primarie di coalizione nel 2027, con calma, visione e ‘costruzione comune del progetto politico’. Tradotto dal contese: non sono ancora pronti ad affrontare le urne – e lui lo sa benissimo.
Dietro la facciata della ‘riflessione strategica’ si nasconde la più semplice delle verità: il Movimento 5 Stelle e il cosiddetto ‘campo largo’ non hanno ancora né un programma condiviso né un leader spendibile. Parlare di ‘visione comune’ (economia, esteri, welfare) è il modo più elegante per dire che le idee sono tante e divergenti. Conte tenta di dare una parvenza di metodo a ciò che, per ora, appare più un gruppo di studio che una coalizione.
Eppure, anche mentre i leader progressisti si esercitano sull’unità che non c’è, Giorgia Meloni resta a Palazzo Chigi. Altro che governo in crisi. Il referendum – per quanto presentato come un campanello d’allarme per l’esecutivo – non si traduce affatto in un voto contro la premier. Gli italiani hanno bocciato una riforma, non un governo. Lo aveva capito anche Conte, leggendo il risultato come ‘un segnale politico enorme’. Enorme, sì, ma non nella direzione che sperava.
E mentre l’opposizione studia strategie e rinvia la resa dei conti al 2027, il centrodestra incassa le turbolenze interne senza battere ciglio. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e la querelle infinita su Daniela Santanchè culminata con le dimissioni della ministra, scivolano addosso al governo come moscerini su un parabrezza. Problematiche per l’immagine, certo, ma non per la tenuta politica. Meloni resiste alle scosse, tiene il controllo, e si presenta all’opinione pubblica come l’unica guida capace di governare in mezzo ai venti contrari.
Nell’altro campo, intanto, si discute di ‘primarie vere e aperte’, come le ha definite Conte in un’intervista al Corriere. Peccato che la prospettiva sia più da calendario liturgico che da campagna politica. Parlare del 2027 significa ammettere che oggi non esiste una coalizione pronta, che il Pd e i 5 Stelle si guardano ancora con sospetto, e che ogni ipotesi di leadership condivisa finisce arenata tra diffidenze e tatticismi. Persino le primarie, celebrate come simbolo di partecipazione, rischiano di diventare la foglia di fico dietro cui nascondere l’impasse.
Conte si presenta come l’uomo del ragionamento lungo, quello che ‘non vuole improvvisare’. L’immagine è perfetta per i talk show, ma un po’ meno convincente per chi sogna un’opposizione in grado di contendere a Meloni la guida del Paese. Perché, al netto delle citazioni sulla ‘visione comune’, resta un punto ineludibile: chi non è pronto al voto oggi, difficilmente lo sarà domani senza un passo deciso in avanti.
Così l’ex premier si rifugia nella prudenza, camuffata da strategia. Dice di voler evitare scelte affrettate, ma ciò che gli italiani percepiscono è un messaggio più semplice: non è ancora il momento. Non per lui, non per il Movimento, non per un’alleanza che continua a parlare di unità mentre si divide anche sulle modalità con cui provarci.
E mentre Conte predica pazienza, Meloni governa. In un Paese abituato alla confusione dei fronti e all’arte del rinvio, la calma può sembrare virtù. Ma in politica – si sa – chi rinvia troppo spesso finisce per sparire dal calendario.
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