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Ordinanze, ricorsi e ridimensionamenti: il futuro ex Ilva è scritto?

Pronto il ricorso sull'ordinanza del sindaco di Taranto, i dubbi Federacciai, i rumors su Jindal: che sta succedendo?

di Cristiana Flaminio -


Il futuro dell’ex Ilva è sempre più nebuloso. In un deserto non c’è niente di verde. Parole, queste, già sentite. Le disse, mesi fa, Giorgia Meloni quando volle portare in Europa le ragioni dell’industria contro la burocrazia green e i danni che ha comportato alla produttività italiana e continentale. Le ha ripetute, ieri, Antonio Gozzi presidente di Federacciai. Che ha rievocato il concetto di desertificazione industriale (anche) per Taranto. Il caso è fin troppo noto. Il sindaco del capoluogo jonico, Pietro Bitetti, ha emesso un’ordinanza in cui blocca sostanzialmente il progetto della centrale termoelettrica negli stabilimenti dell’Ex Ilva. Una scelta che rischia di avere fortissime ripercussioni tanto sull’operatività del sito tarantino quanto sull’intero indotto della siderurgia italiana.

Il futuro dell’ex Ilva appeso a un ricorso al Tar

Dopo aver studiato le carte e atteso un po’ per capire la situazione, la struttura commissariale alla guida di Adi ha lasciato trapelare l’idea di voler trascinare l’amministrazione comunale di Taranto davanti al Tar. Un ricorso che è stato confermato pure dal ministro all’Industria e Made in Italy Adolfo Urso: “Credo abbiano intenzione di presentare ricorso al Tar e mi auguro che la magistratura dia loro ragione, così da evitare la chiusura dello stabilimento”, ha affermato il titolare del Mimit. Che ha aggiunto: “In tanti vogliono scongiurarla, a cominciare dai lavoratori degli stabilimenti dell’Ilva a Taranto come nel Nord, ma certamente anche quelli delle tante imprese dell’indotto che lavorano con questo importante e significativo stabilimento siderurgico”.

“Taranto decida che vuole fare”

Sull’argomento relativo al futuro dell’ex Ilva, ieri, è intervenuto pure il capo degli industriali siderurgici italiani che ha messo la città, e la sua amministrazione comunale, di fronte alla responsabilità delle sue scelte: “La comunità pugliese e di Taranto deve decidere se vuole l’industria o no. Ma deve decidere pure l’Ue e le altre istituzioni hanno una responsabilità politica e strategica precisa. I numeri sono quelli che sono, le necessità dell’industria sono reali, non astratte. Per mantenere 10mila addetti, ha spiegato Gozzi, non si può certo pensare di bloccare la costruzione e il funzionamento di altiforni, forni elettrici o cocherie. E poi c’è il nodo Jindal, i dettagli del piano rivelerebbero un ruolo a dir poco marginale per Taranto: “E’ difficile esprimere un giudizio fino a quando non si conosce il piano industriale che Jindal presenterà”, ha dichiarato Gozzi.

I rumors su Jindal

Che ha proseguito. “I rumors dicono di un piano industriale di forte ridimensionamento della fabbrica che diventerebbe sostanzialmente un rilaminatore di bramme provenienti da altre parti del mondo”. Una notizia che, se confermata, sarebbe a dir poco pessima. “Si danno giudizi nel momento in cui si conoscono il piano industriale – ripete Gozzi – Ciò che c’è di grave, in questo momento, è che ancora una volta sembra che a Taranto nessuno la voglia”. E quindi si torna al centro del tema del giorno. “Il sindaco l’altro giorno è uscito estemporaneamente con una nuova misura sulle emissioni della centrale elettrica di Taranto dicendo che la chiude. Allora mia nonna diceva che in paradiso a dispetto dei santi è difficile andarci”.

La denuncia dei sindacati

Sul futuro ex Ilva, poi, s’è registrato l’intervento dei sindacati. Che nel pomeriggio di ieri hanno strattonato Urso: “Alle mancate risposte dall’ultimo incontro a Palazzo Chigi sulle prospettive dell’ex Ilva, di cui si attende ancora una convocazione per l’aggiornamento del tavolo che era prevista entro il mese di marzo, fanno seguito le continue dichiarazioni del responsabile del Mimit su possibili trattative, con possibili investitori, su indefiniti piani industriali, su possibili ridimensionamenti dell’asset siderurgico”, hanno sentenziato in una nota Fim, Fiom e Uilm. “Dichiarazioni a cui continuiamo a ribadire la necessità dell’intervento pubblico in qualunque asset societario futuro”, spiegano i sindacati. Che proseguono: “E ancora  fanno seguito interlocuzioni del Mimit con le istituzioni locali, regione Puglia, Liguria, Piemonte e le altre, comune di Taranto, Genova e altri, di cui nulla si conosce, rispetto ai temi trattati, e semmai vi siano richieste di garanzie occupazionali: neanche le istituzioni locali informano i sindacati ed i lavoratori”. E quindi: “Dopo dichiarazioni e interlocuzioni senza il coinvolgimento del sindacato e dei lavoratori fanno seguito le visite negli stabilimenti di questi potenziali investitori di cui ufficialmente non si conoscono capacità economiche e finanziarie né tantomeno se vi siano piani industriali di rilancio e sviluppo”.

Siamo solo noi

Un gran bailamme. “E mentre tutto il sistema istituzionale, politico ed imprenditoriale italiano ed estero esprimono giudizi, dispensano pareri e illustrano ricette per risolvere la più grande vertenza del nostro Paese. Fim, Fiom, Uilm rimangono le uniche a chiedere tutele e garanzie di salute e sicurezza e rientro a lavoro per le lavoratrici e i lavoratori. Manca serietà e volontà di decidere da parte di chi ha la responsabilità di dare certezza a cittadini e ai lavoratori”, concludono le parti sociali. Il futuro dell’ex Ilva è ancora nebuloso.


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