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Economia

Regolamento MiCar: intervista all’avvocato Spinapolice

di Teresa Gargiulo -


Dal 1° luglio entra pienamente in vigore il Regolamento MiCAR: in concreto, cosa cambia davvero rispetto a prima per chi investe o utilizza criptovalute?

“Il Regolamento MiCar è il primo vero tentativo dell’Unione europea di mettere ordine nel mercato delle criptovalute. Per anni questo settore è cresciuto molto più velocemente delle regole. Le cripto sono state raccontate come strumenti di libertà finanziaria, innovazione e accesso diretto a nuove forme di investimento. Proprio dentro questa promessa si sono inserite molte frodi. Il problema è semplice. Molti risparmiatori hanno investito in un mondo che appariva moderno e professionale, ma che spesso non era davvero controllato. Vedevano una piattaforma ben fatta, un grafico in crescita, un consulente disponibile, un rendimento apparentemente credibile. Tutto sembrava ordinato. In realtà, dietro quella facciata poteva non esserci un operatore autorizzato, poteva mancare una reale separazione delle somme versate, poteva non essere chiaro dove finisse il denaro e, soprattutto, poteva essere quasi impossibile recuperarlo. Il danno, in questi casi, non nasce solo quando i soldi spariscono. Nasce prima, quando il risparmiatore viene fatto entrare in un ambiente che sembra affidabile, ma è costruito per indurlo a fidarsi. MiCar introduce autorizzazioni, obblighi informativi, requisiti organizzativi e regole di comportamento per gli operatori del settore. Questo consente di distinguere meglio chi opera dentro un perimetro vigilato da chi resta fuori. È un passaggio importante, perché aumenta la trasparenza e rende più facile individuare le responsabilità. Bisogna però evitare un equivoco. Una regola europea non rende automaticamente sicuro ogni investimento in criptovalute. Le cripto restano strumenti rischiosi, volatili e complessi. Inoltre, molte frodi continueranno a spostarsi su piattaforme estere, canali non autorizzati, identità false e promesse aggressive di guadagno. La vera questione è la velocità. Le frodi digitali corrono più rapidamente della legge e spesso anche della reazione giudiziaria. Per proteggere davvero i cittadini non basta intervenire quando il denaro è già sparito. Occorre imparare a riconoscere prima i segnali della frode, cioè il modo in cui viene costruita la fiducia, viene presentata l’occasione e viene preparato il danno”.

Lei si occupa da anni di truffe finanziarie: quante persone vengono coinvolte ogni anno in truffe legate alle cripto e quali sono oggi gli schemi più ricorrenti?

“Sui numeri bisogna essere molto prudenti. In Italia non esiste un dato unico che dica con precisione quante persone vengano truffate ogni anno attraverso criptovalute. Il fenomeno è in larga parte sommerso, perché molte vittime non denunciano, oppure denunciano tardi, quando ormai il denaro è già stato trasferito all’estero o convertito su circuiti difficili da ricostruire. Il dato italiano più utile, allora, è un altro. Secondo l’Oam, a fine 2024 oltre 1,6 milioni di clienti italiani detenevano criptovalute, per un controvalore superiore a 2,6 miliardi di euro. Questo significa che il bacino potenziale dei soggetti esposti è ormai molto ampio e non riguarda più una nicchia di investitori esperti. A livello europeo, le Autorità di vigilanza hanno avvertito espressamente i consumatori che nel settore cripto esistono numerosi schemi fraudolenti, attacchi informatici e truffe costruite proprio per sottrarre denaro, anche attraverso phishing, social engineering, link malevoli e promesse di rendimenti irrealistici. Gli schemi più ricorrenti sono piattaforme di investimento simulate, falsi consulenti, offerte promosse sui social, finti exchange, recuperi fraudolenti delle somme già perse e relazioni di fiducia costruite online. Il tratto comune è sempre lo stesso. La vittima viene portata a credere di trovarsi dentro un ambiente finanziario ordinato, mentre spesso sta entrando in una struttura predisposta per rendere il trasferimento del denaro rapido e il recupero estremamente difficile. Oggi il truffatore non si limita più a persuadere con le parole. Costruisce un ambiente digitale credibile, fatto di piatta forme, grafici, interlocutori e procedure, nel quale l’apparenza di professionalità diventa parte integrante del raggiro”.

Le nuove regole europee potranno ridurre il numero dei risparmiatori truffati, o i rischi resteranno elevati nonostante la regolamentazione?

“Le nuove regole ridurranno certamente alcuni rischi, soprattutto quelli legati agli operatori che intendono lavorare nel mercato europeo in modo stabile. La regolamentazione, però, non coincide con l’eliminazione della frode. La mia esperienza nel contenzioso in materia di truffe finanziarie mostra che molte operazioni abusive non nascono sempre fuori dal sistema. Talvolta si appoggiano a soggetti parzialmente autorizzati, a strutture formalmente esistenti, a rapporti bancari, a canali di pagamento e a intermediari che, pur non essendo necessariamente parte del disegno fraudolento, consentono alla frode di presentarsi con un’apparenza di normalità. È accaduto nel Forex, nei diamanti, nelle azioni illiquide e può accadere anche nelle cripto. Per questo gli operatori istituzionali, a partire dalle banche, devono elevare il livello di attenzione. Quando un cliente viene esposto a flussi anomali, bonifici verso piattaforme dubbie, operazioni incoerenti con il suo profilo o movimentazioni chiaramente sospette, non si può ragionare solo in termini di esecuzione tecnica dell’ordine. Esiste un dovere di presidio, di controllo e di protezione che diventa decisivo. La mia esperienza maturata in anni di contenzioso bancario e finanziario conferma che prevenire queste anomalie conviene anche agli istituti, perché, quando operazioni incoerenti con il profilo del cliente o flussi sospetti transitano senza adeguate verifiche, la banca può subirne le conseguenze anche sul piano risarcitorio. Va detto, inoltre, che la frode finanziaria ha una capacità adattiva. Cambia forma appena cambia la norma. Prima usa il Forex, poi i diamanti, poi le azioni illiquide, poi le cripto, domani userà token, IA generativa, identità sintetiche e piattaforme automatizzate. Il risparmiatore entra in ambienti finanziari sempre più sofisticati con strumenti culturali spesso insufficienti. Per questo la protezione deve essere normativa, educativa, tecnologica e giudiziaria. Quando la frode passa attraverso varchi che il sistema poteva vedere e presidiare, la responsabilità non può fermarsi all’autore materiale del raggiro”.

Il contesto internazionale è sempre più rilevante: gli Stati Uniti hanno già bloccato l’uso delle criptovalute da parte dell’Iran. Quanto pesano oggi cripto e finanza digitale nei fenomeni di evasione e attività illecite globali?

“Le criptovalute e la finanza digitale pesano sempre di più nei fenomeni illeciti globali perché consentono di muovere valore con rapidità, oltre i confini nazionali e spesso fuori dai circuiti bancari tradizionali.
Questa caratteristica le rende appetibili per criminalità organizzata, reti di riciclaggio, elusione delle sanzioni internazionali e, nei casi più gravi, finanziamento di attività terroristiche o militari. Il problema riguarda l’uso combinato di portafogli digitali, stablecoin, exchange non vigilati, piattaforme estere, prestanome e trasferimenti successivi, costruiti per rendere più difficile la ricostruzione del percorso del denaro. Europol ha evidenziato che le criptovalute continuano a essere sfruttate anche nel finanziamento del terrorismo e nella cosiddetta digital hawala, cioè l’adattamento digitale di sistemi informali di trasferimento del valore. Il caso Iran è significativo. Gli Stati Uniti hanno recentemente congelato 344 milioni di dollari in criptovalute collegate a wallet riconducibili all’Iran, nell’ambito di misure contro reti finanziarie sospettate di aggirare le sanzioni. Chainalysis ha inoltre segnalato, per il 2025, una crescita dei volumi collegati a soggetti sanzionati, con riferimento anche a Russia e Iran. La finanza digitale è ormai entrata nella geopolitica. Non riguarda più soltanto il piccolo investitore o il risparmiatore attratto da una piattaforma online, ma riciclaggio, evasione, sanzioni, finanziamento indiretto di apparati militari, intelligence finanziaria e controllo dei flussi globali. In questo scenario, il diritto bancario e finanziario diventa anche uno strumento di sicurezza economica. MiCar va apprezzato proprio perché prova a riportare tracciabilità, responsabilità e vigilanza in un mercato rimasto a lungo ai margini dei controlli tradizionali. Questo passaggio diventa ancora più rilevante nel momento in cui anche il sistema bancario guarda con crescente interesse agli asset digitali, rendendo necessario un presidio normativo capace di accompagnare l’evoluzione senza lasciare nuove zone d’ombra”.

Guardando al futuro, MiCar è un punto di arrivo o solo un primo passo? Serviranno ulteriori interventi per proteggere davvero i cittadini dalle frodi finanziarie digitali?

“MiCar rappresenta un primo passo. Offre una prima disciplina organica di un fenomeno che continua però a evolversi con grande rapidità. Il fronte che si apre è più complesso, perché la finanza digitale si intreccerà sempre di più con l’intelligenza artificiale. Si vedranno truffe costruite attraverso deepfake, consulenti finanziari sintetici, identità artificiali, sistemi di comunicazione persuasiva e piattaforme capaci di adattarsi al comportamento dell’utente. In questo scenario il diritto rischia di intervenire quando il danno si è già prodotto, limitandosi a ricostruire ciò che è accaduto. La vera questione è metodologica. Prima ancora di scrivere nuove norme, dobbiamo immaginare quale società digitale vogliamo costruire, quali categorie economiche nasceranno, quali nuovi rapporti si formeranno tra cittadini, piattaforme, banche, intelligenze artificiali e sistemi automatizzati. È questo il tema su cui sto lavorando nel mio Trattato di filosofia del diritto delle intelligenze artificiali. La legislazione non può limitarsi a inseguire la tecnologia. Deve anticiparne gli effetti sociali, economici e giuridici. Solo così potrà prevenire le frodi finanziarie digitali invece di limitarsi a punirle quando il danno è ormai consumato”.

Quando si parla di criptovalute si usa spesso l’espressione “truffe monetarie”: che cosa si intende esattamente e perché le cripto rientrano così spesso in questa categoria?

“L’espressione “truffe monetarie” indica quelle frodi in cui il denaro viene sottratto attraverso una promessa finanziaria che appare credibile. Nel caso delle criptovalute questo accade con maggiore frequenza perché il denaro perde ogni percezione materiale. Diventa un valore digitale che si trasferisce con pochi passaggi, senza che la vittima avverta realmente il momento della perdita. Si clicca, si autorizza un’operazione, si conferma un trasferimento, e solo dopo si comprende che il denaro non è più recuperabile. La particolarità delle truffe in ambito cripto sta nella combinazione di tre fattori. La complessità dello strumento, che rende difficile comprendere cosa si sta acquistando o trasferendo.
L’irreversibilità delle operazioni, che limita fortemente ogni possibilità di recupero. La costruzione di un contesto credibile, spesso accompagnato da piattaforme, interlocutori e rendimenti apparentemente plausibili. In questo senso la truffa non è solo monetaria. Incide prima sulla percezione della realtà finanziaria dell’investitore, orientandone le decisioni. Il denaro viene sottratto quando la fiducia è già stata costruita. La tutela del risparmiatore deve misurarsi con questa nuova realtà. La frode finanziaria digitale non si presenta più come un semplice raggiro, ma come un ambiente costruito per generare fiducia, orientare la scelta e rendere la perdita quasi invisibile fino al momento in cui è ormai consumata. È una nuova sfida per i consumatori, per le istituzioni, per gli intermediari e per il diritto, chiamato a proteggere non solo il patrimonio, ma anche la libertà consapevole delle scelte finanziarie”.


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