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Attualità

Se una manifestazione che mira all’inclusione diventa un pretesto per favorire l’esclusione

di Eleonora Manzo -


Ci sono cortocircuiti politici che, più che indignare, meritano una pausa di silenzio. Non per rispetto, ma per consentire al ridicolo di accomodarsi bene in sala. Il caso del Roma Pride appartiene alla categoria: la manifestazione che dovrebbe difendere il diritto di esistere senza patente ideologica finisce impantanata nella pretesa opposta, cioè decidere chi è abbastanza puro per stare dentro il recinto del Bene.

Il meccanismo è noto, e per questo ancora più inquietante: non conta chi sei, conta se hai pronunciato le parole giuste, nella sequenza giusta, con il timbro morale approvato dal tribunale del momento. Se sei ebreo, poi, la prova supplementare sembra implicita: non basta esserci, devi dichiararti contro qualcosa secondo formule prestabilite, altrimenti la tua presenza diventa sospetta, negoziabile, revocabile. Una specie di controllo qualità applicato ai diritti civili. Con bollino etico.

E qui l’ironia smette di essere un vezzo e diventa una necessità. Perché siamo al punto in cui, nel nome dell’inclusione, si stabiliscono esclusioni su base identitaria e politica. Una discriminazione nella discriminazione, appunto. Il paradosso perfetto: il Pride, nato per contestare l’idea che una maggioranza possa decidere quali corpi, quali amori e quali identità siano accettabili, scivola nella caricatura di se stesso e si mette a fare selezione all’ingresso. Non in base ai comportamenti individuali, ma in base a un’appartenenza letta attraverso un sospetto preventivo.

È il solito vizio del nostro tempo: non si giudicano più le persone, si processano le categorie. E alle categorie si assegna una colpa ereditaria, una presunzione morale, un obbligo di giuramento. Oggi tocca agli ebrei non considerati abbastanza allineati. Domani toccherà a qualcun altro, perché il criterio non è la giustizia: è la sottomissione simbolica.

Devi inginocchiarti davanti al vocabolario corretto del giorno, devi esibire la formula di dissociazione, devi certificare la tua innocenza rispetto a una colpa che ti viene attribuita per prossimità, genealogia o identità. E se non lo fai, fuori. Il punto più grave non è neppure l’ennesima degenerazione del linguaggio militante, ormai ridotto a metal detector morale. Il punto grave è il doppio standard.

Si invoca la complessità per tutto, tranne quando conviene semplificare gli ebrei in un blocco sospetto. Si chiede sensibilità per ogni minoranza, salvo poi pretendere da una minoranza storicamente perseguitata un supplemento di certificazione etica. Si predica contro lo stigma, ma lo si reintroduce con lessico progressista e grafica arcobaleno. Stessa violenza simbolica, packaging più elegante.

Chiunque abbia un minimo di memoria storica dovrebbe avvertire un brivido. Perché il principio è sempre quello: l’ebreo accettabile è solo l’ebreo che rassicura, che si dissocia, che si auto emenda, che paga un pedaggio identitario per essere ammesso nello spazio pubblico. Non è inclusione. È ammissione condizionata.

E ogni diritto condizionato cessa di essere un diritto: diventa una concessione. Se il Pride vuole restare se stesso, dovrebbe ricordarsi una verità elementare: i diritti non si assegnano per affinità ideologica. O sono universali, o sono privilegi di club. E un movimento che nasce per spezzare le gerarchie morali non può trasformarsi nell’ennesima dogana dell’anima.

Altrimenti smette di combattere la discriminazione e comincia semplicemente a gestirla. Con criteri nuovi, certo. Ma con la stessa vecchia arroganza.


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