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Editoriale

Parola d’ordine: governabilità Sì allo Stabilicum

di Adolfo Spezzaferro -


Governabilità è la parola d’ordine. Le opposizioni si straccino pure le vesti. Dal tramonto della Prima Repubblica, il Paese ha conosciuto maggioranze fragili, esecutivi tecnici, coalizioni improvvisate e continui cambi di equilibrio parlamentare (con forse un’unica costante: il Pd al governo senza passare per le elezioni). In questo quadro, la nuova legge elettorale allo studio della maggioranza – il cosiddetto “Stabilicum” – vuole prendere il toro per le corna: consentire a chi vince le elezioni di governare davvero.

Le opposizioni denunciano una “forzatura”, contestano tempi e metodo e lamentano di non conoscere ancora il testo definitivo. Obiezioni legittime sul piano politico, per carità. Ma il nodo resta un altro: un sistema democratico funziona se gli elettori sanno chi governerà il giorno dopo il voto. E funziona ancora meglio se chi ottiene il consenso necessario ha gli strumenti per portare avanti il proprio programma senza essere ostaggio di micropartiti (magari creati alla bisogna) o trasformismi parlamentari. L’innalzamento della soglia dal 40 al 42% per ottenere il premio di maggioranza dimostra pertanto un tentativo di equilibrio.

Non un regalo a chi governa, ma una soglia impegnativa che richiede consenso ampio e coalizioni solide. Anche la riduzione del numero dei seggi assegnati come premio va nella direzione di evitare eccessive distorsioni della rappresentanza. Importante, poi, la scelta di eliminare il ballottaggio. In una fase politica già polarizzata, evitare un secondo turno nazionale riduce tensioni e restituisce centralità al voto degli elettori al primo passaggio. Se nessuno raggiunge la soglia prevista, scatterà il proporzionale: una clausola di garanzia che smentisce le accuse di deriva maggioritaria.

Resta aperto il tema delle preferenze, sul quale i partiti continuano a dividersi. Ma sarebbe un errore trasformare questa discussione in un alibi per bloccare tutto il resto. Perché la verità è semplice: senza stabilità non c’è riforma possibile, non c’è credibilità internazionale, non c’è capacità decisionale. Per i grandi cambiamenti servono dispositivi elettorali che durino nel tempo e che facciano durare i governi.


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