Calenda critica le accozzaglie e punta al centro
L'ex ministro critica gli estremisti
In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Calenda alza nettamente il livello dello scontro politico e rivendica senza esitazioni la collocazione centrista di Azione. Le sue parole assumono i toni di una critica frontale, che investe tanto il campo progressista quanto quello delle destre, accusati entrambi di essersi trasformati in aggregazioni incoerenti e prive di una direzione politica riconoscibile.
La traiettoria di Calenda
“Noi di Azione andremo al centro, punto”, afferma Calenda, sottolineando che il progetto non è un ripiego ma una scelta strategica. E aggiunge, con un giudizio particolarmente pesante: “Prenderemo un sacco di voti di gente che non voterà un centrodestra da Tajani a Vannacci, né un centrosinistra da Renzi a Potere al Popolo. Saranno due accozzaglie, non due coalizioni”. L’uso del termine accozzaglie segna la volontà di Calenda di delegittimare entrambe le aree come contenitori eterogenei, tenuti insieme più da convenienze elettorali che da una visione comune.
Quanto vale il centro
Il leader di Azione insiste sul fatto che esista uno spazio politico significativo, “almeno l’8%”, composto da elettori che rifiutano gli estremismi e non si riconoscono né nella destra sovranista né nella sinistra radicale. La sua lettura trova eco in diverse analisi politiche recenti, secondo cui l’elettorato moderato italiano rimane fluido e spesso disallineato rispetto alle coalizioni tradizionali.
L’alleanza Pd-M5S
Dito puntato contro l’asse Pd–M5S, convinto che un’alleanza strutturale tra i due partiti produrrebbe più perdite che benefici. “Se il Pd si allea con il Movimento, tanti 5 Stelle votano altri partiti o non vanno a votare”, sostiene, richiamando l’esempio delle recenti elezioni a Venezia, dove, secondo la sua interpretazione, una parte dell’elettorato grillino avrebbe già manifestato insofferenza verso un avvicinamento al Partito Democratico.
Non meno severo è il giudizio sul centrodestra. Calenda osserva che la leadership di Giorgia Meloni dovrà fare i conti con la trasformazione della Lega, sempre più sbilanciata verso le posizioni identitarie rappresentate da Roberto Vannacci, figura che sta catalizzando consensi soprattutto in Veneto. Una dinamica che, stando all’ex ministro, rischia di alienare una parte dell’elettorato moderato di Forza Italia, poco incline a seguire la premier qualora decidesse di “imbarcare” il generale nella coalizione.
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