Il Campo Largo non può vincere le elezioni, solo la destra potrebbe perderle
Simone Venturini (centrodestra) vince al primo turno e viene eletto sindaco di Venezia.
Le amministrative lo provano, il centrodestra non pare in grado di vincere, può al massimo evitare di perdere.
Le vittorie eccezionali di Venezia e Reggio Calabria non cancellano una fotografia complessiva che indica fragilità, dispersione e contraddizioni. Di contro poi ci sono, Pistoia governata dal centrodestra e Prato, dove la caduta del sindaco ha spalancato porte, che hanno registrato due fiaschi clamorosi.
Tale discontinuità palesa il problema. A volte il centrodestra soffre di masochismo.
Il primo vizio è il culto della militanza, portato all’esasperazione. Premiare chi c’è sempre stato è giusto, ma trasformare la fedeltà in criterio esclusivo significa chiudere la porta alle energie migliori della società civile. Così facendo si consegnano voti alla sinistra non perché quella proposta sia irresistibile, ma perché il centrodestra si nega a richieste di rinnovamento e talento.
In politica la capacità di autoconservazione delle classi dirigenti è una virtù accompagnata dalla capacità di enucleare contributi nuovi. Altrimenti si replica il peggior difetto delle macchine partitiche, ossia l’autoreferenzialità.
Un secondo errore ricorrente è parlare agli elettori esclusivamente su temi tecnici, dimenticando che la è la pancia che conta. La pancia non è una categoria volgare. Rappresenta il sentire dell’uomo comune, fatto di bisogni concreti e di problemi reali.
I problemi correnti della vita sociale sono i sintomi del paziente che il medico deve ascoltare.
La politica deve saper coniugare ragione e istinto. Il centrodestra perde quando privilegia l’una a scapito dell’altro.
Altro punto dolente è l’imitazione culturale.
Inseguire temi e linguaggi tipici della sinistra nella speranza di conquistare moderati è una scommessa a perdere. Arrendersi all’egemonia culturale altrui non produce consenso ma confusione, non è strategia politica, è resa incondizionata.
Bisogna avere il coraggio delle proprie radici e saperle riformulare con intelligenza per il presente, non rinnegarle.
Sui temi identitari ed etici il centrodestra commette autolesionismo quando cerca scorciatoie simboliche, patrocini, passerelle e partecipazioni ad eventi che non rispecchiano la base elettorale. Patrocinare un gay pride non è lungimiranza per un amministratore di centrodestra. Quegli ambienti dichiarano pubblicamente che non lo voterebbero comunque mai, e le diverse sensibilità si sentono tradite.
Allo stesso tempo, rivendicare posizioni nette non è ottusità. Vuol dire scegliere la coerenza, distinguere le priorità e parlare con chiarezza delle scelte possibili.
L’organizzazione è un altro tallone d’Achille. Ufficializzare candidati a sindaco un mese prima del voto è l’autogol per eccellenza del centrodestra.
La paura del confronto, interno ed esterno, indebolisce i partiti. Le correnti non sono necessariamente un male; se intese come fucine di idee e di confronto diventano strumenti di crescita e di selezione naturale del merito. Un partito che teme il dibattito interno è un partito che teme la società.
Poi c’è l’immigrazione, tema che non si può trattare con reticenze. L’elettorato chiede soluzioni decise. Non bisogna spaventarsi di essere tacciati come razzisti o fascisti, quanto rischiare di apparire indecisi su uno dei problemi sociali più importanti del momento.
Il centrodestra ha più di una carta in suo favore. Giorgia Meloni ha stabilizzato il governo dopo decenni di incertezza. Anche chi la critica più aspramente, se intellettualmente onesto, deve ammettere che la figura del presidente del Consiglio ha oggi autorevolezza anche all’estero.
Il Campo Largo è un’armata Brancaleone che teorizza alleanze innaturali che vanno da Calenda a Conte, da Avs a Renzi, e che più che una proposta politica appare un’aggregazione di inconciliabili.
Questo rende più semplice la diagnosi e, paradossalmente, più difficile la vittoria, perché quando l’alternativa è tanto eterogenea, si dovrebbe avere il talento di essere chiari e coesi. Il centrodestra, invece, spesso si frantuma proprio quando dovrebbe semplificare.
Il centrodestra può vincere, ma per farlo deve smettere di farsi del male da solo. Serve una rigenerazione che unisca apertura al merito, chiarezza comunicativa, coraggio sui temi sensibili e cultura del confronto interno. Senza questi ingredienti, anche i migliori numeri elettorali sono vani e le vittorie isolate diventano solo ritardi nel conto finale.
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