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Il report Ocse che cambia tutto: volano i sussidi alle imprese

I numeri della ricerca, la sfida della Cina all'Occidente liberista. E se l'Iri avesse avuto ragione?

di Martino Tursi -


L’Iri aveva ragione, la signora Thatcher (forse) aveva torto: un nuovo report dell’Ocse rivela che, mai come in questi anni, sono cresciuti i sussidi, le iniezioni di capitale pubblico all’interno delle imprese. I sussidi, riferiscono gli analisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ammontano nel solo 2024 a qualcosa come 108 miliardi di dollari. Si tratta di un vero e proprio mare di soldi. Ma, più che le quantità di denaro investite, è importante il cambio di passo a cui si sta assistendo sullo scenario globale. Gli Stati hanno ripreso a recitare un ruolo da protagonisti nell’ambito dell’economia e della produzione. Ed è una sorta di autodifesa. Già, perché la Cina comunista (o meglio, socialista di mercato) si è imposta un cambio di passo che, da qualche anno a questa parte, è alla base dei grandi cambiamenti nel paradigma della globalizzazione.

L’Ocse e l’andamento dei sussidi

Aver fatto di Pechino la fabbrica del mondo, evidentemente, ha avuto due conseguenze importanti: la prima sta nell’export di know how, la seconda nell’arricchimento di una potenza industriale che ha deciso di diventare “grande”. Di piano quinquennale in piano quinquennale, il Dragone è diventato uno dei grandi protagonisti dell’economia e della geopolitica internazionale. Al punto di essere arrivata ad ambire di contendere agli Stati Uniti il primato globale. Il modello che ha reso la Cina grande è quello, appunto, delle sovvenzioni. E, difatti, come si legge nel rapporto elaborato sulla scorta del database Magic di Ocse, i sussidi in Asia sono la regolarità. Nel “conto” totale, infatti, le imprese cinesi sono quelle che incassano di più. Secondo le stime Ocse, infatti, le imprese cinesi incasserebbero da tre e fino a otto volte quello che “guadagnano” dalle sovvenzioni le controparti del resto del globo. Circa il 22% dell’aumento della quota di mercato globale registrato dalle imprese che si sono espanse negli ultimi due decenni è riconducibile ai sussidi ricevuti, percentuale che sale al 60% per le imprese cinesi. Il che è tutto dire.

Una questione strategica prima ancora che produttiva

Per gli analisti Ocse, fedeli a una linea liberista che sembra sempre più in discussione in un’epoca di grandi stravolgimenti globali, riferiscono che le iniezioni di denaro pubblico non avrebbero portato a significativi aumenti in termini di produttività o di redditività. Ma è una considerazione che, per quanto fondata, risulta di mostrarsi miope. Non è una questione di produzione ma di strategicità. E, difatti, è questo il tema che emerge dall’analisi dei comparti economici che, più degli altri, possono contare su sovvenzioni e investimenti da parte del pubblico. Si parte dalle energie rinnovabili e si arriva ai semiconduttori e all’industria pesante.

Dove torna il protezionismo interviene lo Stato

Detta in altri, e più chiari, termini, tra il 2005 e il 2024 hanno ottenuto più sussidi secondo il rapporto Ocse quelle imprese impegnate nella produzione di pannelli solari fotovoltaici, di semiconduttori (leggi chip), alluminio, acciaio. Tutto, in pratica, ciò che manca all’Europa e su cui l’America s’è pur mossa con leggero anticipo (e sicuramente maggior rumore) di quanto abbia fatto Bruxelles. Tutti, ovviamente, temi su cui si sta decidendo anche in termini visibili il futuro del mondo. E, allora, non è un caso se l’altro (grande) settore produttivo fortemente sovvenzionato dagli Stati è quello della cantieristica navale. Dal mare, prima ancora che dalla terra, passano i commerci e si annodano le catene del valore globale. Quelle vecchie ma pure quelle nuove, che verranno. Insomma, è una questione strategica di fondamentale importanza. Gli Stati non possono sottrarsi. L’Iri, in fondo, aveva ragione. La signora Thatcher, forse, ne aveva un po’ meno.


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