Antitrust vs. Divella: occhio non vede, cuore non duole
Dopo sei anni, l’origine del grano continua a vivere ai margini: una verità presente, ma tenuta lontana dallo sguardo
L’esposto contro Divella non riapre una questione: la illumina, portando alla luce ciò che per anni è stato coperto da un velo di grafica ben studiata. La richiesta dell’Antitrust del 2020 — rendere l’origine del grano un’informazione realmente percepibile — è rimasta sospesa in quella zona dove finiscono le verità che nessuno ha interesse a far emergere.
Le associazioni parlano di un’interpretazione da manuale dell’adempimento minimo: si fa il gesto, non il cambiamento; si mette la scritta, ma non la si rende leggibile.
L’italianità cosmetica
L’analisi delle confezioni attuali è quasi un gioco di prestigio: un impianto grafico che continua a spingere un’italianità cosmetica, fatta di tricolori strategici, mulini da cartolina e un “Made in Italy” che funziona più come anestetico che come informazione.
L’origine del grano, invece, è relegata in un angolo che sembra progettato per non essere notato: caratteri minuscoli, contrasto che si dissolve e posizione che non compete con la narrazione dominante. È un’informazione che non parla: si lascia ignorare.
La maschera della filiera
Il settore della pasta vive da sempre una tensione che il marketing ha imparato a neutralizzare con una precisione quasi chirurgica: trasformazione italiana, materia prima globale. Una frizione che non si elimina, si maschera.
Basta un’immagine bucolica per far sembrare domestico ciò che non lo è; basta un corpo tipografico ridotto per trasformare un dato scomodo in un rumore di fondo; basta un tricolore ben piazzato per far credere che tutto nasca qui, come se il Mediterraneo fosse un unico campo di grano. L’esposto non contesta la pasta: contesta la coreografia che la circonda.
La verità che non incide
La questione che si apre è più corrosiva della vicenda stessa: riguarda la credibilità del visibile. Perché un’informazione può essere formalmente corretta e al tempo stesso priva di effetto, se confinata in un punto dove l’occhio non arriva. La trasparenza può diventare un esercizio di stile: si mostra ciò che non deve disturbare, lo si mette dove non interferisce, lo si riduce fino a renderlo innocuo. È una verità che non mente, ma non incide.
L’Antitrust dovrà valutare proprio questo: non la filiera, ma la messa in scena della filiera. Se la verità sia stata portata in primo piano o se sia stata lasciata scivolare nel margine, in quel corpo tipografico che non disturba la storia che il mercato continua a raccontare come se fosse l’unica possibile.
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