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Spiagge “paradisi isolati”: ecco perché

"Bandiere" e "Vele": e poi?

di Angelo Vitale -

Pollica, in provincia di Salerno, conquista il primato, mentre la Sardegna é la regione con più località marine dove sventolano le Cinque Vele di Legambiente e Touring club


Il nostro Paese si conferma perno fondamentale del Mediterraneo, ma con una contraddizione sistemica che i numeri non possono più nascondere: spiagge “paradisi isolati”.

Se la stagione balneare 2026 si apre sotto il segno del record per i riconoscimenti ambientali, la realtà dei territori racconta una storia di gap profondi tra il prestigio dei vessilli e la fragilità dei territori.

L’edizione 2026 delle Bandiere Blu e quella delle “Vele”

Assegnate dalla Foundation for Environmental Education hanno già visto sventolare il vessillo in ben 257 località balneari italiane, per un totale di 525 spiagge: ma quante sono “paradisi isolati”. La classifica ha premiato la Liguria come capolista nazionale con 35 Comuni, seguita a ruota da Puglia e Calabria, entrambe a quota 27. Mentre la Campania mantiene le sue 20 posizioni, con il Cilento che esercita un dominio assoluto conquistando 13 riconoscimenti su 20.

Tuttavia, emerge uno scarto metodologico fondamentale rispetto alle Cinque Vele di Legambiente e Touring Club Italiano. Mentre le Bandiere Blu si focalizzano prevalentemente sulla depurazione e i servizi, le Cinque Vele incoronano Pollica – Acciaroli e Pioppi – come regina assoluta della sostenibilità e della tutela ecosistemica integrale.

Parallelamente, la Sardegna si conferma la regione leader per comprensori d’eccellenza, con località come Baunei e Domus De Maria saldamente in cima alle preferenze per l’integrità del paesaggio che ha fatto negli anni la storia dell’appeal dell’isola.

La fragilità dei territori

Questa eccellenza naturalistica si scontra però con una discrepanza infrastrutturale che rischia di trasformare le mete premiate in “fortezze inaccessibili”. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti proprio in queste ore ha sbloccato 80 milioni di euro destinati ai contratti del Trasporto Pubblico Locale.

Una misura necessaria per arginare la carenza cronica di autisti e mezzi che affligge le aree periferiche del Paese. Il caso del Cilento interno è indicativo di questa dissonanza. Sebbene questa costa campana collezioni primati, ben 13 comuni dell’area sono stati ufficialmente riclassificati come “ultraperiferici”.

Le difficoltà

Raggiungere queste zone significa spesso percorrere strade impervie, soggette a frane e dissesti idrogeologici e prive di collegamenti rapidi con i grandi assi viari come la SS18 o l’autostrada A2. Il mancato completamento della Fondovalle Calore rimane una ferita aperta che limita oggettivamente lo sviluppo economico e alimenta il declino demografico.

Ciò, nonostante il dibattito locale presenti posizioni articolate sulla questione, quasi emblematica per tutta la Penisola. Laddove spesso i segnali troppo evidenti e “invasivi” dello sviluppo sono interpretati come antitetici al paesaggio. Quasi a preferire spiagge “paradisi isolati”.

Bandiere e Vele: e poi?

Tornando all’analisi dei dati di mercato, emerge che il miglioramento della qualità ambientale sta generando un’esclusività economica non sempre inclusiva. Nei comuni insigniti della Bandiera Blu, il valore delle abitazioni fronte mare ha registrato un incremento medio del 15,2% nel primo trimestre del 2026. Con un sovrapprezzo di circa 420 euro al metro quadro rispetto alle aree non certificate. Questo fenomeno si riflette anche nei servizi balneari.

Nelle “new entry” del 2026, il costo giornaliero per ombrellone e lettini ha subito un rincaro del 20,3%, toccando punte medie di 38,50 euro. Specularmente a questa crescita dei prezzi, si osserva un impoverimento del tessuto sociale residente. Nelle località storiche premiate, circa il 9% degli abitanti under 40 ha abbandonato i centri costieri negli ultimi due anni, a causa della conversione degli immobili in affitti brevi che ormai saturano oltre il 60% dell’offerta.

Cosa si prova a fare

E’ l’ormai abituale scommessa tra turismo rigenerativo e museificazione. La sfida del sistema Paese risiede nella capacità di superare il concetto di “turismo mordi e fuggi” per abbracciare modelli rigenerativi. Comuni come Quartu Sant’Elena in Sardegna stanno tentando di rispondere a questa esigenza investendo 132mila euro – derivati dalla tassa di soggiorno – in servizi sperimentali di bus verso il litorale, mirando a ridurre la pressione dei veicoli privati.

In Campania, la Strategia d’Area Cilento Interno punta su una mobilità intelligente che include il “taxi sociale” per le fasce deboli e il “taxi amico” per coprire le tratte non servite dal tpl ordinario. L’obiettivo – forse, meglio dire proposito – è connettere i borghi interni con i nuovi poli strategici. Per esempio, l’aeroporto Salerno-Costa d’Amalfi, inaugurato nell’estate 2024. E potenziato per decongestionare lo scalo di Napoli Capodichino per ampliare un accesso diretto alle principali località turistiche campane.

In conclusione, l’Italia rappresentata da questi borghi e da località marine ogni anno insignite da ”bandiere” e “vele”, si trova davanti a un bivio. Per certi versi la tutela delle acque e dei rifiuti ha raggiunto standard d’eccellenza. Per altri rimane il nodo irrisolto di come garantire che questi paradisi naturali non restino deserti per dieci mesi l’anno o inaccessibili a chi non dispone di un mezzo proprio.

Gli 80 milioni del Mit un tassello per riorganizzare infrastrutture necessarie. Senza una reale intermodalità e una politica fiscale di vantaggio per chi vive in questi territori, la sostenibilità rischia di rimanere un lussuoso “bollino” su una cartolina sempre più svuotata dei suoi abitanti.


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