Conte, Commissione Covid e consulenze: il moralismo si inceppa sui 454 mila euro
Per anni hanno fatto le pulci a tutti. Appalti, consulenze, amicizie, conoscenze, cene, telefonate, relazioni professionali. Bastava un sospetto, una frase estrapolata o una coincidenza per veder montare per settimane il tribunale mediatico. In questi giorni però, che nella Commissione Covid emergono testimonianze pesantissime su presunte consulenze milionarie orbitate attorno all’ex mondo professionale di Giuseppe Conte, improvvisamente il silenzio torna di moda.
Commissione Covid: il cortocircuito
Questo il cortocircuito politico che è esploso nelle ultime ore attorno alla Commissione d’inchiesta sulla pandemia. Perché se ci sono le audizioni che tirano fuori numeri, nomi e ricostruzioni, dall’altra parte emerge il tentativo – forse disperato – di trasformare la Commissione in uno scandalo istituzionale pur di spostare il fuoco dalle questioni di merito.
Ma andiamo nello specifico: Movimento 5 Stelle e opposizioni sono arrivati – lunedì in audizione – a chiedere addirittura le dimissioni del presidente Marco Lisei e perfino lo scioglimento della Commissione. Poi, in Aula, si sono sentite diverse versioni: dal pentastellato Alfonso Colucci che ha evocato il fascismo che “in Italia è finito e non permetteremo che si ripresenti” fino al dem Paolo Ciani che ha parlato di “comportamento ignobile” e di interrogatori “al di fuori di ogni regola”.
Una polemica che riguarda le audizioni delegate e gli interrogatori effettuati tramite consulenti della Commissione in un commissariato di polizia. Una presunta “deviazione autoritaria” che per ore è stata data in pasto alla stampa come prova definitiva dell’abuso meloniano. Ma c’è un dettaglio: quelle attività descritte come illegittime sarebbero state condivise nell’Ufficio di Presidenza della Commissione, alla presenza degli stessi rappresentanti di opposizione. Nessuna protesta formale, o voto contrario o obiezione verbalizzata. Insomma, anche chi protesta avrebbe partecipato senza contestazioni alle decisioni che ora definisce eversive.
La commissione Covid e i 454mila euro di consulenze
Ma andiamo avanti, stavolta nel merito, perché più le audizioni scavano dentro gli anni della gestione pandemica, più cresce il nervosismo del fronte opposizione-Conte. Perché il vero tema non sono (solo) le procedure parlamentari, ma i 454mila euro di consulenze finite al centro delle audizioni della Commissione Covid. Secondo quanto riferito durante le audizioni come testimonianza e rilanciato dagli esponenti di FdI, un manager avrebbe dichiarato di aver versato 454mila euro a professionisti dello Studio Alpa — storico ambiente professionale frequentato da Conte — a fronte di commesse Covid per circa 3,3 milioni di euro.
Parole pesanti, interrogativi pure. Non ci gira intorno il vicecapogruppo FdI alla Camera Massimo Ruspandini, che parla di “quasi mezzo milione di euro di soldi pubblici” finiti in “ricche consulenze destinate a ex colleghi di studio dell’allora premier”. Per questo, dai banchi di FdI si chiede a Conte di “non nascondersi”, ma anzi, di andare in commissione e di “metterci la faccia”.
Siamo ancora, chiaramente, nel campo del “presunto”, nulla è stato ancora verificato. Eppure, sulla vicenda – come invece di solito accade – sembra essere improvvisamente calato il silenzio mediatico.
Il silenzio mediatico
Perché negli stessi anni in cui Il Fatto Quotidiano costruiva paginate su qualunque ombra riguardasse gli avversari politici dei 5 Stelle, oggi sul quasi mezzo milione di euro emerso in Commissione Covid il volume sembra abbassato. Giovanni Donzelli lo ha fatto notare apertamente durante un intervento a Rai Radio1, ieri, insieme a Peter Gomez. “Vorrei chiedere un parere a Gomez sui 454mila euro che dallo studio di Conte venivano chiesti per avere appalti sulle mascherine”, ha detto.
Dall’altra parte chiaramente non c’è stata replica e nemmeno durante il programma ulteriori approfondimenti. Per anni le inchieste hanno trasformato il sospetto in sentenza politica. È il famoso “metodo Travaglio”: lanciare il dubbio, costruire il mostro, alimentare il processo mediatico e poi, eventualmente, correggere in piccolo quando i fatti smentiscono la narrazione. Lo si è visto anche nel recente caso Minetti. Settimane di insinuazioni sulla grazia firmata dal Quirinale, salvo poi vedere il castello accusatorio smontato dalla Procura Generale di Milano.
Ma torniamo alla Commissione Covid, lì dove la questione “consulenza” merita chiarezza – politica. Su quanto sta emergendo è voluto intervenire lo stesso Giuseppe Conte. Ha reagito arrembando e annunciando querele (“Avviso ai naviganti…”) e denunciando una presunta macchina del fango orchestrata dalla stampa vicina alla maggioranza. Sostiene di non aver mai avuto rapporti societari con gli avvocati coinvolti e ricorda che la magistratura avrebbe già indagato senza contestargli nulla. La richiesta, per Conte, ma per tutti, è quella di dare – e avere – trasparenza assoluta. Basterebbe togliere la mascher(in)a, metterci la faccia e chiarire tutto.
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