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Politica

A paradigmi rovesciati vince il No

di Giuseppe Tiani -


Il No ha vinto. Ma il punto non è il risultato in sé, è il suo significato politico. La destra ha tentato di intercettare una domanda di riforma della giustizia, parlando il linguaggio del cambiamento e presentandosi come forza modernizzatrice. Non ci è riuscita. Sarebbe però un errore leggere questo voto come una semplice vittoria dell’ordine esistente. Il Paese che esce dal referendum resta diviso quasi a metà, oltre i recinti degli schieramenti. Dice che la maggioranza non ha ricevuto il mandato di ridefinire da sola l’equilibrio costituzionale della giustizia. E dice che la domanda di riforma resta aperta. Questo è il dato politico.

Una maggioranza può promuovere una riforma costituzionale, ma non può trattare la Costituzione come una disponibilità ordinaria del potere. Le regole fondamentali chiedono misura, condivisione, rispetto del Parlamento, della partecipazione e della discussione pubblica. Quando questo limite si assottiglia, si indebolisce l’autorevolezza dello Stato, che deve restare garante del cittadino, di una giurisdizione equa e terza, delle Forze di Polizia che operano ogni giorno dentro un ordine democratico non piegabile alla contingenza. La vittoria del No non assolve la sinistra dalle sue posture difensive, talora conservative.

Non cancella il limite di culture politiche che, nel dichiarare di voler difendere la Carta, hanno finito per identificare la Costituzione con la forma storicamente assunta dall’ordine giudiziario. Qui sta il paradosso. La cultura costituzionale di Barbera, il riformismo giuridico di Vassalli, la lezione liberal-socialista di Bobbio non parlano il linguaggio dell’immobilismo. Parlano il linguaggio del cambiamento entro il limite del potere, del potere come responsabilità e non come tutela di assetti divenuti intoccabili. Il referendum ha però messo a nudo anche un limite speculare dentro la destra. Al di là della Presidente Meloni e di poche altre figure capaci di sostenere politicamente il senso della riforma, è emersa l’inconsistenza di gruppi dirigenti asfittici, incapaci di argomentare e di dare profondità a una battaglia che avrebbe richiesto ben altro spessore.

Non è secondario che da un’area come quella di Marina Berlusconi sia venuto un richiamo al rinnovamento dei gruppi dirigenti. E non è secondario, sul versante opposto, che la rivista Rinascita sia stata pensata da Goffredo Bettini come spazio di politica e cultura, mentre Andrea Orlando l’ha indicata come risposta al fatto che i partiti non ripensano più la propria forma. Segnali diversi, ma convergenti. Dicono che la crisi riguarda la qualità delle classi dirigenti, la povertà del linguaggio, la debolezza dell’argomentazione. Il potere giudiziario fu concepito dai costituenti come garanzia e limite, e tale resta ogni volta che custodisce con rigore la propria indipendenza e autonomia.

Ma proprio per questo non può sottrarsi alla critica quando, nella sua organizzazione o nella sua rappresentazione pubblica, mostra tratti autoreferenziali dalle sfumature corporative. In democrazia non vi è Stato di diritto senza magistratura indipendente e autonoma. Ma autonomia non può voler dire autoreferenzialità. La vittoria del No non consegna la giustizia all’intangibilità. Dice che una riforma costituzionale non può nascere come prova muscolare della maggioranza e non può essere respinta come se ogni critica all’esistente coincidesse con un cedimento alla destra. Il Paese si è spaccato oltre le appartenenze tradizionali. E proprio per questo il voto non chiude la questione. Resta il dato essenziale. Il No ha fermato una forzatura, ma non ha cancellato la domanda di riequilibrio tra poteri e garanzie. Anzi, l’ha resa più visibile. La questione giustizia resta aperta. E la politica non può eluderla.


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