Acqua, gli investimenti non bastano e il Sud resta al secco
Con oltre 4 miliardi stanziati per la riduzione delle perdite e la digitalizzazione delle reti, il sistema ha subito un'accelerazione. Un grido d'allarme: cosa accadrà dopo il 31 dicembre 2026?
Acqua, gli investimenti non bastano. E il Sud resta a secco. Mentre il nostro Paese si prepara domani a celebrare la Giornata Mondiale dell’Acqua, il nuovo report Blue Book 2026 presentato da Utilitalia e Fondazione Utilitatis scatta una fotografia impietosa del nostro sistema idrico.
Acqua, gli investimenti non bastano
Gli investimenti hanno raggiunto la cifra record di 90 euro per abitante ma le infrastrutture mostrano crepe profonde. Il divario territoriale tra Nord e Sud rimane una ferita aperta e il fabbisogno reale per la messa in sicurezza delle reti è ancora lontano dall’essere soddisfatto.
Numeri chiari: 90 euro a testa, ma l’Europa è a 100. Per la prima volta nella storia recente, l’Italia ha sfiorato la doppia cifra negli investimenti annuali. A ogni cittadino italiano il sistema “costa” questo importo annualmente per manutenzione e nuove opere. Un balzo enorme rispetto ai 33 euro del 2012. Tuttavia, il confronto con i partner europei resta penalizzante. La media dei Paesi avanzati della Ue si attesta sopra i 100 euro pro capite. Per garantire una resilienza reale contro i cambiamenti climatici e azzerare le procedure d’infrazione comunitarie, l’Italia dovrebbe investire almeno 6 miliardi di euro l’anno (circa 100-110 euro per abitante), contro i 5,2 miliardi attuali.
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Evidente, il dramma del “water divide”
Il Sud resta ancora al palo. La criticità più allarmante riguarda proprio la disomogeneità geografica. Se al Nord e nel Centro Italia i grandi gestori industriali riescono a investire anche 110 euro per ogni abitante, nelle aree del Meridione dove resistono le “gestioni in economia” (affidate direttamente ai Comuni) la cifra crolla drasticamente a meno di 15-20 euro.
E per le perdite idriche la media nazionale si attesta al 42%, ma con picchi che superano il 55% al Sud. In pratica, ogni due litri immessi in rete, uno sparisce nel sottosuolo prima di arrivare ai rubinetti dei cittadini. Ancora drammatico il quadro della depurazione. Oltre 400 comuni italiani -concentrati in Sicilia, Calabria e Campania – ancora privi di sistemi di depurazione conformi, esponendo l’Italia a sanzioni milionarie della Corte di Giustizia Ue.
L’effetto del Pnrr, quasi un rimbalzo negativo
L’attuale picco di investimenti è come drogato dai fondi del Piano. Con oltre 4 miliardi stanziati per la riduzione delle perdite e la digitalizzazione delle reti, il sistema ha subito un’accelerazione. Tuttavia, c’è un grido d’allarme: cosa accadrà dopo il 31 dicembre 2026?
Senza una riforma della governance che superi la frammentazione gestionale e senza nuovi finanziamenti strutturali, il rischio è di tornare a livelli di investimento insufficienti proprio mentre l’emergenza siccità diventa cronica. Ampia, l’agenda delle necessità. Chiare, le priorità per il prossimo biennio. Subito, lo smart metering, la sostituzione dei vecchi contatori con modelli intelligenti per monitorare i consumi in tempo reale.
Determinante il riuso delle acque reflue. Oggi l’Italia recupera solo il 5% delle acque depurate per l’agricoltura, l’obiettivo è il 40% per contrastare la scarsità idrica nei periodi estivi. Infine, centrale l’aggregazione delle gestioni, per superare i piccoli operatori comunali favorendo player industriali più capaci.
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