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Economia

Anche i ricchi piangono: i guai del signor John Elkann

Il gip rigetta la messa alla prova, gli operai a Mirafiori protestano e i giornalisti di Repubblica sono infuriati

di Maria Graziosi -


Piove sul bagnato, signor (anzi mister) John Elkann. L’ultimo dispiacere glielo ha dato il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino Giovanna Di Maria. Che ha respinto la richiesta formulata dai suoi legali per la messa alla prova. Che avrebbe estinto il procedimento, per truffa e dichiarazione fraudolenta, legato all’eredità di nonna Marella Caracciolo. Sarebbe stato un colpo. E non tanto perché il reato sarebbe stato dichiarato estinto chiudendo una querelle giudiziaria che, tra accuse reciproche, interviste incrociate e veleni reciproci ha dilaniato l’ultima dinastia (più o meno) reale italiana.

Il sogno del signor John Elkann

Sarebbe stato un colpo perché John Elkann si sarebbe affidato ai Salesiani che gli avrebbero apparecchiato più di una photo opportunity. Sarebbe salito in cattedra a fornire la sua esperienza manageriale e imprenditore ai giovani, occupandosi di fare “tutoraggio”. In pratica, avrebbe potuto mostrarsi così come vorrebbe farsi vedere (e considerare) dal mondo o, quantomeno, da un Paese intero. E cioè come un imprenditore illuminatissimo che può impartire consigli utili, da appuntarsi sul cuore e nella mente. Come Steve Jobs, come un imprenditore americano. Sarebbe stato un sogno. E lo è ancora, un sogno, l’America. Non è andata così. E, si può dire senza fallo, mai come adesso il suo rapporto con l’Italia, che ormai malsopporta Stellantis e tutto ciò che ad essa afferisce, è ai minimi termini.

Il nodo Stellantis

Già, perché non sono solo le noie giudiziarie a offuscare la tranquillità altrimenti olimpica del signor, anzi di mister, John Elkann. Stellantis, è cosa nota, non distribuirà dividendi quest’anno. E, anzi, dovrà affrontare un piano di rientro più che miliardario. Un buco nero causato dall’errore green di Tavares e suo. Pensavano di poter vendere auto elettriche, beandosi della fiducia del mercato che, all’epoca, andava in brodo di giuggiole a ogni segnale di taglio e di transizione ecologica. È finita che toccherà al povero Antonio Filosa rimediare. Anche perché l’America, sempre lei, di auto elettriche non ne comprerà mai. E gli europei, a cominciare dagli italiani, di indebitarsi per vetture fin troppo costose, non ne vogliono sapere. Per la cassaforte di famiglia, Exor, niente dividendi da Stellantis è un colpo.

Operai in agitazione, il paradosso Termoli

Che, forse, sarà ripianato (solo parzialmente) dagli utili e dalle nuove strategie a proposito di Ferrari. Il Cavallino ha deciso di ridistribuire buona parte dei suoi incassi, potendo festeggiare nel 2025 un aumento dei ricavi pari al 7%. Intanto, però, fuori dai cancelli di Mirafiori si assiepano, ancora, gli operai. Che vogliono sapere che fine faranno. Dicono che non basta la produzione di un solo modello ibrido per rilanciare lo stabilimento. Ci vogliono più auto e più modelli. I numeri sulla produttività italiana, da anni, sono in profondo rosso. C’è, inoltre, la vexata quaestio di Termoli. Che è in Molise. E se ne parla poco. A torto. Perché a Termoli doveva sorgere la gigafactory delle batterie per le auto elettriche. Dopo un lungo tira e molla, non se ne farà (ufficialmente) nulla.

La Fiom incalza…

La Fiom può incalzare i manager dando un ulteriore dispiacere a John Elkann: “In quale altro grande Paese dell’Ue si producono auto ma non c’è una gigafactory per le batterie?”. Nessuno, ecco. Ma, detto tra noi, si sapeva fin dall’inizio che pur di compiacere Macron e i francesi Stellantis avrebbe investito Oltralpe sulle batterie. E poi ci si lamenta perché gli italiani non sentono più alcun trasporto nei confronti delle macchinette (made in Marocco) bardate col tricolore. Quanti dolori, signor (anzi mister) John Elkann.

…e Repubblica ci mette il carico

E ci ha messo il carico pure Repubblica. Che ha appena concluso uno sciopero di due giorni. Si lamentano, i giornalisti di Largo Fochetti, che nessuno da Gedi abbia novità da comunicare sulla trattativa con i greci di Antenna. Su cui, peraltro, i cronisti hanno sollevato diversi dubbi. Dalla trasparenza alla credibilità dell’offerta. Che, a quanto pare, starebbe per essere rifiutata. Kyriacou e soci, a quanto pare, non vorrebbero farsi spennare per Gedi: Elkann chiede 120 milioni, i greci ne offrirebbero molti (troppi) in meno. Di fronte alla scelta tra abbozzare o tenere la linea, il Rampollo evita accuratamente ogni altro contatto. Con nessun altro investitore italiano e con le rappresentanze sindacali dei giornalisti.

Quanti dispiaceri, signor (anzi mister) John Elkann. Meno male che la Juventus, con Spalletti, sembra aver ripreso un po’ di brio. Chissà fino a quando. Forse fino alle prossime “offerte irrinunciabili” provenienti da chissà quale tecno-capitalista o dai soliti sceicchi.


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