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Economia

Anno nuovo, vecchi guai

L'Ue alle prese con l'euro (troppo) forte, l'America malata di inflazione e la Cina teme la deflazione

di Giovanni Vasso -


Sarà dura, durissima, digerire lo zampone del 2025: anno nuovo, vecchi guai. Non basta spanciarsi di lenticchie perché arrivino soldi e benessere. Il 2026 è iniziato ma, fatalmente, si porta dietro i drammi, i problemi, le questioni irrisolte dell’anno precedente. Magari bastasse cambiare una cifra al calendario per sciogliere i nodi, epocali, dell’economia. Diciamolo subito: non sarà una questione di dazi. O, almeno, non saranno solo le tariffe a turbare i sogni degli economisti e a preoccupare le famiglie. Ogni quartiere dell’ex villaggio globale ha le sue grane. E non sarà per niente facile risolverle. A cominciare dall’Europa.

Anno nuovo, vecchi guai

Bruxelles ha iniziato l’anno con una notizia che più cattiva non si potrebbe. La Francia non è riuscita ad approvare il bilancio. Parigi è dentro fino al collo all’esercizio provvisorio. L’Ue, amichevolmente, sembra far finta di nulla. L’assemblea nazionale si nasconde dietro il paravento delle leggi speciali. Il guaio è che non c’è la minima governabilità e i mercati, smaltiti struffoli e panettoni, potrebbero avventarsi su ciò che rimane della credibilità francese. Sferrando, così, un colpo alla seconda economia del Vecchio Continente, la cui eco sarà avvertita in ogni altra parte d’Europa. Ma gli economisti brussellesi, piuttosto che pensare alla Francia, brindano alla Bulgaria. In una sorta di chiodo scaccia chiodo. Che, però, non dirada le nubi, nerissime, che incombono su ciò che rimane dell’industria continentale. Anno nuovo, vecchi guai.

Sogni di piombo

L’euro è ancora troppo forte. E va bene che nel giorno fantastico delle Borse europee (Milano in testa) la moneta comune non ha accumulato ulteriore vantaggio sul biglietto verde. Ma è troppo vicina la soglia (nemmeno troppo psicologica) del cambio a 1,20 dollari. Se s’avverasse, come sogna qualcuno alla Bce ancora innamorato del progetto di fare della valuta Ue quella di riserva mondiale, per l’industria europea sarebbe la fine. Altro che i dazi di Trump: ci si sarebbe posti fuori dai mercati mondiali per inseguire una malposta volontà di potenza.

Trump alla prova del fuoco

A proposito di Trump, per lui (e le sue politiche economiche) il 2026 sarà l’anno decisivo. E non solo per le elezioni di Mid Term. Certo, il primo problema per il presidente americano sarà sbarazzarsi dell’arcigno governatore della Fed, Jerome Powell, per avviare una fase nuova di politiche monetarie meno restrittive. La debolezza del dollaro dà una mano alla produzione americana ma il tema cardine, negli Stati Uniti, resta quello dell’inflazione. Che, davvero, non ha mai del tutto mollato la presa. Con i dazi, potrebbe salire ulteriormente. Ma si sa che le tariffe sono, prima che economico, uno strumento di pressione politica. Come, del resto, ampiamente dimostrato dal caso della pasta italiana. La vera scommessa di The Don riguarda la produzione industriale e l’occupazione. Questo 2026 sarà decisivo per capire se Trumpnomics funziona e, soprattutto, a spese di chi.

La Cina rischia grosso

Attenzione, però. Perché le cose non vanno granché bene nemmeno nel grande Paradiso del socialismo (“di mercato”) che è la Cina. Pechino rischia di replicare, in grande, quello che è accaduto al Giappone. I consumi crescono troppo poco, i prezzi restano stabili e scendono. E quindi i salari possono crollare, insieme alla fiducia delle famiglie. Insomma, il Dragone è nella spirale della deflazione. La stessa che aveva ghermito, fino a qualche anno fa, l’economia nipponica. Gli economisti, a cominciare da quelli dell’Università di Pechino, chiedono ulteriori misure espansionistiche. Per rilanciare i consumi, per far salire un po’ i prezzi. Per rilanciare la crescita ed evitare così che la corsa al primato economico globale possa rallentare.

Energia e non solo: tutti i temi caldi

Ma questi non sono che alcuni dei temi caldi. Ce ne sono altri, infuocati. A cominciare dai nodi dell’energia, dal barile di petrolio che continua a perdere colpi. Proseguendo per la clamorosa ripresa dei prezzi delle materie prime minerali. Non più (e non solo) oro e argento ma pure alluminio, rame e stagno. Si preannuncia un anno (fin troppo) interessante.

E per le famiglie? Un anno di rincari

Tutto questo a livello “macro”. Ma non sarà una passeggiata neanche sul piano “micro”. I consumatori hanno già avvertito le famiglie e le imprese. Il 2026 si apre, come da tradizione, all’insegna dei rincari. Dai pedaggi (1,5%) fino alle sigarette (15 cent quest’anno, 40 entro il 2028), passando per le accise del diesel. In salita, queste, di 4,05 cent al litro. Quindi gli aumenti dell’Rc auto che, secondo il Codacons, sarebbero da imputare all’aumento dell’aliquota dal 2,5% al 12,5% sui premi per le polizze sottoscritte o rinnovate quest’anno. Poi c’è la tassa sui pacchi extra Ue: due euro all’uno. Anno nuovo, vecchi guai.


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