Segnali forti di antimaranzismo
Dai locali ai centri storici, cresce la risposta civile contro chi trasforma la notte in un territorio ostile.
A Palermo, lo chef Natale Giunta ha deciso che la misura è colma. Dopo aver detto no al pizzo, ora dice no anche a un’altra forma di intimidazione quotidiana: quella delle gang giovanili che trasformano la movida in un ring. E lo fa con un gesto semplice e potentissimo: un cartello all’ingresso del suo locale, “Vietato ai maranza”.
Non è folklore, non è marketing, non è un vezzo estetico. È una riscossa civica. Perché quando un ristoratore deve passare più tempo a gestire risse che a servire clienti, non è più questione di ordine pubblico: è un fallimento culturale.
Giunta lo dice davanti alla porta del suo Citysea, al Molo Trapezoidale: basta con il mito di Gomorra, con le tute lucide tarocche, gli occhiali Cartier falsi, le borse Gucci di plastica e le barbe da gangster televisivo. «Se vieni qui per fare il fenomeno, non entrare», sintetizza. E non è difficile capire il bersaglio: un modello antropologico che ha trasformato l’aggressività in identità e la violenza in linguaggio.
Un fenomeno nazionale e un settore allo stremo
Il contesto è noto: Capodanno a Firenze, tavoli e sedie lanciati in aria da trenta ragazzini appena maggiorenni; risse seriali da Milano a Palermo; locali costretti a chiamare le volanti ogni weekend. Una spirale che sta svuotando i centri storici e logorando chi lavora.
Giunta non parla di discriminazione, ma di sopravvivenza. «Siamo stanchi di cacciarli ogni sera e di subire reazioni spropositate. Abbiamo una licenza di pubblica sicurezza e dobbiamo garantire che la gente possa divertirsi senza paura». È la fotografia di un settore che non può più far finta di niente.
Addio Gomorra: un simbolo che diventa messaggio
E poi la stoccata finale: «Questi soggetti non vengono per stare bene. Vengono per fare risse. E poi il questore sequestra i locali a noi». Da qui l’appello ai colleghi: un fronte comune, un “Addio Gomorra” che faccia da contraltare all’“Addio Pizzo”.
Il messaggio è chiarissimo: se sei violento, non ti vogliamo. Non è esclusione, è autodifesa. È la città che prova a riprendersi i propri spazi, a dire che la strada non è una zona franca e che la convivenza civile non è un optional.
Un gesto simbolico, certo. Ma i simboli, quando arrivano al momento giusto, pesano più di mille ordinanze.
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