Benedetto rivoluzionario

La morte del Papa emerito Benedetto XVI (che porta il nome di San Benedetto, patrono dell’Europa, ma che scelse tale nome in onore di Benedetto XV) è una perdita significativa per il popolo di Dio.
Basti pensare che già solo a cominciare del suo funerale, previsto per la mattina (alle ore 9:30) del 5 gennaio prossimo venturo, in Piazza San Pietro, sarà officiato direttamente da Papa Francesco, cosa inconsueta nella storia della Chiesa, in quanto suo successore.
Quindi il Papa gesuita, venuto da lontano, e il Papa teologo – che si considerava “un operaio e servitore nella vigna del Signore” – così vicini e così lontani anche in termine di comunicazione e di carismi, sono allo stesso tempo accumunati, ancora una volta, dalla storia.
Non bisogna dimenticare che Ratzinger provò a coniugare, in merito alla chiara fama che godeva in quanto filosofo, la fede e la ragione.
Fin dai tempi del cardinalato pronunciò un discorso significativo sulla questione del tempo che viviamo, e del conseguente relativismo etico affermando, nella sua omelia in merito alla Missa pro eligendo Romano Pontifice: “Avere una fede chiara, secondo il credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.
Insomma nel pensiero di tale Papa, come espresso a più riprese successivamente, vi è il problema in epoca moderna della cosiddetta, dittatura del relativismo, che è la sfida principale per la Chiesa, e dell’umanità in generale, in perfetta sintonia con la Enciclica “Fides et Ratio” di San Giovanni Paolo II.
A tal proposito, il 26 settembre del 2005, vi fu un colloquio concesso a Hans Küng, teologo di posizioni progressiste, durante il quale Papa Ratzinger apprezzò lo sforzo di Küng di “contribuire ad un rinnovato riconoscimento degli essenziali valori morali dell’umanità attraverso il dialogo delle religioni e nell’incontro con la ragione secolare”.
In qualità di vescovo aveva scelto come motto le due parole contenute nella Terza lettera di Giovanni, ossia: “Cooperatores Veritatis”.
Benedetto XVI, durante il Suo Pontificato, è stato oggetto di feroci critiche, da parte degli ambienti più filo progressisti, al di fuori ed all’interno della stessa Chiesa Cattolica, che lo accusavano di essere un Pontefice dalle posizioni troppo rigide e conservatori e, finanche, per gli avvicendamenti succedutisi nella sua giovinezza, di essere quasi reazionario.
In realtà, si è dimostrato più innovatore e riformista di quello che si possa pensare: è stato il primo Papa, infatti, a cominciare la lotta alla pedofilia, all’interno della Chiesa, con i conseguenti scandali che si sono avvicendati, a livello mediatico, portando in superfice il potere che le vari lobbies esercitano sulle gerarchie ecclesiastiche.
A Ratzinger vanno accreditati anche profondi meriti di aver traghettato la Chiesa Cattolica nel terzo millennio – dopo un Papa di indiscusso ed indiscutibile valore comunicativo come San Giovanni Paolo II -.
La sua prima enciclica, Deus Caritas Est, è stata l’architrave identitaria del suo Pontificato: la contestualizzazione dei concetti di Eros ed Agape – vale a dire amore passionale ed amore come sentimento universale e slegato da logiche di qualsiasi forma di calcolo e di contraccambio – ha posto in essere, nell’alveo della morale cattolica, come deve essere vissuto l’amore sponsale, con la relativa passione e le modalità di approccio alla sfera sessuale, all’interno del sacro vincolo matrimoniale, e come si deve porre il cristiano, nei confronti del prossimo, in merito alla virtù teologale della Carità.
Da non sottovalutare assolutamente l’opera che Ratzinger ha apportato al Concilio Vaticano II sia come teologo sia come Papa: il concetto di Ermeneutica della Discontinuità, sobillato dagli ambienti più conservatori della Chiesa Cattolica, i quali vedevano il Vaticano II come una forma di rottura della tradizione, è stato superato da Benedetto XVI come, invece, un’Ermeneutica della Continuità, in cui tradizione ed innovazione potessero convivere e darsi la mano, per camminare insieme, affrontando insieme, all’interno di un’unica Chiesa Cattolica, le sfide del terzo millennio.
Rapporti con le altre confessioni religiose, come l’Ebraismo ed il mondo Musulmano, dialogo con gli Anglicani e gli Ortodossi, nonché essere un’ancora di luce e di speranza per il Popolo di Dio, sono stati gli obiettivi prioritari, tramite i suoi documenti, del Concilio Vaticano II.
Sotto un certo aspetto si può affermare che anche dal punto di vista politico il Pontificato di Benedetto XVI si è rivelato l’apripista di quello di Francesco.
A Bergoglio, in tale atmosfera, è toccato il compito di raccoglierne la pesante eredità per fare le riforme che da tanto tempo erano necessarie e che Ratzinger non ha avuto il tempo ed il modo di poterle portare a termine.
Le sue dimissioni – avvenute l’11 febbraio 2013 in occasione del Concistoro per la Canonizzazione dei Martiri di Otranto -, hanno avuto proprio questo effetto cioè quello di una continuità tra i due Papi, nonostante i diversi carismi, che hanno arricchito, in questi anni, la Chiesa Cattolica ed il mondo intero.
Siamo sicuri che il tempo e la storia sapranno rendere omaggio ad un grande Papa ed al suo illustre Pontificato.
La morte del Papa emerito Benedetto XVI (che porta il nome di San Benedetto, patrono dell’Europa, ma che scelse tale nome in onore di Benedetto XV) è una perdita significativa per il popolo di Dio.
Basti pensare che già solo a cominciare del suo funerale, previsto per la mattina (alle ore 9:30) del 5 gennaio prossimo venturo, in Piazza San Pietro, sarà officiato direttamente da Papa Francesco, cosa inconsueta nella storia della Chiesa, in quanto suo successore.
Quindi il Papa gesuita, venuto da lontano, e il Papa teologo – che si considerava “un operaio e servitore nella vigna del Signore” – così vicini e così lontani anche in termine di comunicazione e di carismi, sono allo stesso tempo accumunati, ancora una volta, dalla storia.
Non bisogna dimenticare che Ratzinger provò a coniugare, in merito alla chiara fama che godeva in quanto filosofo, la fede e la ragione.
Fin dai tempi del cardinalato pronunciò un discorso significativo sulla questione del tempo che viviamo, e del conseguente relativismo etico affermando, nella sua omelia in merito alla Missa pro eligendo Romano Pontifice: “Avere una fede chiara, secondo il credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.
Insomma nel pensiero di tale Papa, come espresso a più riprese successivamente, vi è il problema in epoca moderna della cosiddetta, dittatura del relativismo, che è la sfida principale per la Chiesa, e dell’umanità in generale, in perfetta sintonia con la Enciclica “Fides et Ratio” di San Giovanni Paolo II.
A tal proposito, il 26 settembre del 2005, vi fu un colloquio concesso a Hans Küng, teologo di posizioni progressiste, durante il quale Papa Ratzinger apprezzò lo sforzo di Küng di “contribuire ad un rinnovato riconoscimento degli essenziali valori morali dell’umanità attraverso il dialogo delle religioni e nell’incontro con la ragione secolare”.
In qualità di vescovo aveva scelto come motto le due parole contenute nella Terza lettera di Giovanni, ossia: “Cooperatores Veritatis”.
Benedetto XVI, durante il Suo Pontificato, è stato oggetto di feroci critiche, da parte degli ambienti più filo progressisti, al di fuori ed all’interno della stessa Chiesa Cattolica, che lo accusavano di essere un Pontefice dalle posizioni troppo rigide e conservatori e, finanche, per gli avvicendamenti succedutisi nella sua giovinezza, di essere quasi reazionario.
In realtà, si è dimostrato più innovatore e riformista di quello che si possa pensare: è stato il primo Papa, infatti, a cominciare la lotta alla pedofilia, all’interno della Chiesa, con i conseguenti scandali che si sono avvicendati, a livello mediatico, portando in superfice il potere che le vari lobbies esercitano sulle gerarchie ecclesiastiche.
A Ratzinger vanno accreditati anche profondi meriti di aver traghettato la Chiesa Cattolica nel terzo millennio – dopo un Papa di indiscusso ed indiscutibile valore comunicativo come San Giovanni Paolo II -.
La sua prima enciclica, Deus Caritas Est, è stata l’architrave identitaria del suo Pontificato: la contestualizzazione dei concetti di Eros ed Agape – vale a dire amore passionale ed amore come sentimento universale e slegato da logiche di qualsiasi forma di calcolo e di contraccambio – ha posto in essere, nell’alveo della morale cattolica, come deve essere vissuto l’amore sponsale, con la relativa passione e le modalità di approccio alla sfera sessuale, all’interno del sacro vincolo matrimoniale, e come si deve porre il cristiano, nei confronti del prossimo, in merito alla virtù teologale della Carità.
Da non sottovalutare assolutamente l’opera che Ratzinger ha apportato al Concilio Vaticano II sia come teologo sia come Papa: il concetto di Ermeneutica della Discontinuità, sobillato dagli ambienti più conservatori della Chiesa Cattolica, i quali vedevano il Vaticano II come una forma di rottura della tradizione, è stato superato da Benedetto XVI come, invece, un’Ermeneutica della Continuità, in cui tradizione ed innovazione potessero convivere e darsi la mano, per camminare insieme, affrontando insieme, all’interno di un’unica Chiesa Cattolica, le sfide del terzo millennio.
Rapporti con le altre confessioni religiose, come l’Ebraismo ed il mondo Musulmano, dialogo con gli Anglicani e gli Ortodossi, nonché essere un’ancora di luce e di speranza per il Popolo di Dio, sono stati gli obiettivi prioritari, tramite i suoi documenti, del Concilio Vaticano II.
Sotto un certo aspetto si può affermare che anche dal punto di vista politico il Pontificato di Benedetto XVI si è rivelato l’apripista di quello di Francesco.
A Bergoglio, in tale atmosfera, è toccato il compito di raccoglierne la pesante eredità per fare le riforme che da tanto tempo erano necessarie e che Ratzinger non ha avuto il tempo ed il modo di poterle portare a termine.
Le sue dimissioni – avvenute l’11 febbraio 2013 in occasione del Concistoro per la Canonizzazione dei Martiri di Otranto -, hanno avuto proprio questo effetto cioè quello di una continuità tra i due Papi, nonostante i diversi carismi, che hanno arricchito, in questi anni, la Chiesa Cattolica ed il mondo intero.
Siamo sicuri che il tempo e la storia sapranno rendere omaggio ad un grande Papa ed al suo illustre Pontificato.
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