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Esteri

Ucraina: la corsa alla forza dei Volenterosi e l’ultima trincea della diplomazia

Il direttore della CIA, John Ratcliffe, è volato a Mosca

di Ernesto Ferrante -


La giornata di ieri ha segnato un nuovo punto di frizione in una crisi che, a dispetto delle dichiarazioni roboanti delle cancellerie occidentali, continua a scivolare verso un equilibrio sempre più instabile. La Coalizione dei Volenterosi, guidata politicamente dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Andy Burnham, insiste nel presentare l’ipotesi di un coinvolgimento militare diretto in Ucraina come un tassello necessario delle “garanzie di sicurezza” per Kiev. Una postura che, per quanto ammantata di retorica difensiva, appare sempre più come un salto nel vuoto strategico.

La replica di Mosca

Il Cremlino ha reagito con una durezza che non lascia margini di ambiguità. “Mosca ha dichiarato più volte che il dispiegamento di contingenti militari della Nato sul territorio ucraino è inaccettabile per la Russia”, ha ribadito il portavoce Dmitry Peskov, citato dalla Tass. Una linea che la presidenza russa considera invalicabile. L’idea che truppe occidentali possano operare in territorio ucraino, anche solo come forza multinazionale post-cessate il fuoco, viene trattata da Mosca come un casus belli.

Alta tensione tra Russia e Gran Bretagna

La reazione russa alle mosse britanniche è stata ancora più esplicita. Dopo il via libera di Burnham alla condivisione con gli alleati ucraini della tecnologia per produrre missili Storm Shadow, Londra è stata accusata di “partecipare alla guerra”. L’ex viceministro degli Esteri Andrey Fedorov ha evocato persino “una possibile risposta semi-militare” contro fabbriche britanniche coinvolte nella produzione di droni e componenti missilistici. Una minaccia che, pur calibrata nei toni, segnala la pressione interna su Vladimir Putin affinché risponda in modo tangibile.

La posizione italiana sulle esercitazioni dei Volenterosi

In questo quadro, l’Italia si è smarcata. Fonti di governo hanno ricordato che Roma “non parteciperà” alle esercitazioni dei Volenterosi, in coerenza con il “no a soldati italiani” ribadito dalla premier Giorgia Meloni. Una presa di distanza che evidenzia la frattura crescente all’interno del blocco occidentale tra chi spinge per un coinvolgimento diretto e chi teme che la spirale bellicista possa sfuggire di mano.

Ratcliffe in Russia

Proprio mentre le tensioni aumentano, un segnale diverso è arrivato da Washington. Il direttore della Cia, John Ratcliffe, è volato a Mosca per una serie di incontri riservati. Le fonti americane non hanno chiarito con chi si sia visto né quali dossier siano stati affrontati, ma la tempistica parla da sola. Nel momento in cui la retorica macroniana rischia di incendiare il quadro, gli Stati Uniti cercano un canale discreto per evitare l’escalation. Un tentativo di riportare la crisi entro un perimetro negoziale.

Parallelamente, il Cremlino ha respinto la proposta ucraina di una zona economica libera nel Donbass amministrata dagli Usa. “Il Donbass è territorio della Federazione Russa”, ha ricordato Peskov, chiudendo la porta a qualsiasi ipotesi di amministrazione esterna.

L’azione della Santa Sede

L’unica iniziativa diplomatica strutturata e credibile resta quella del Vaticano. Monsignor Paul Richard Gallagher, in visita nella capitale della Russia, ha incontrato il ministro degli Esteri Sergei Lavrov rinnovando l’appello del Papaper la fine delle azioni militari e l’inizio di veri negoziati”. La Santa Sede insiste su un punto fondamentale: “Il conflitto non può essere risolto militarmente”. Lavrov ha ringraziato il Vaticano per la sua “posizione equilibrata” e per il ruolo attivo nelle questioni umanitarie. Un riconoscimento che, nel gelo della diplomazia internazionale, pesa più di quanto appaia.

Si allarga la macchia della corruzione in Ucraina

Mentre l’Ucraina affronta anche una nuova crisi interna, con l’incriminazione del deputato Vadym Stolar e l’arresto dell’ex numero due dell’ufficio del presidente Zelensky, Iryna Mudra, in un caso di corruzione e acquisizioni illecite, il quadro generale si fa ancora più fragile.

La guerra non è prossima alla fine. Si avvicina piuttosto a un punto di non ritorno. La diplomazia vaticana, oggi, è l’unico attore che prova a tenere aperta una porta. Ed è proprio questa esile possibilità che dovrebbe guidare le scelte delle capitali occidentali. Perché, al netto delle dichiarazioni muscolari, resta una verità semplice e terribile. Evitare l’irreparabile non è un’opzione morale. È un dovere politico.

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