Giustizia, quando la propaganda supera il limite del confronto democratico
Nonostante i tanti e continui inviti a riportare nel solco della correttezza la campagna referendaria sulla riforma della giustizia, dalle parti del No proprio non si riesce a non oltrepassare i limiti. Invece che a un serio confronto sui contenuti, i toni e i modi di chi si oppone alla legge costituzionale restano quelli della mera e spicciola propaganda. Ormai quotidianamente assiste a una deriva che nulla ha a che vedere con il merito delle questioni in campo. La campagna per il No sta scivolando sempre più su un terreno fatto esclusivamente di slogan, insinuazioni e strumentalizzazioni che, invece di arricchirlo, impoveriscono il confronto democratico. E certamente non è un buon segnale quando, alla discussione sul merito, si preferisce agitare fantasmi e dividere il Paese tra presunti buoni e cattivi. Ancor peggio, però, è riuscire a rendersi completamente ridicoli.
La gaffe del Pd e la strumentalizzazione dello sport
Tra i tanti episodi imbarazzanti, la gaffe che ha coinvolto il Pd e la nostra nazionale di curling è senza dubbio tra i più gravi e ridicoli. Nel tentativo di rendere più accattivante il messaggio a sostegno del No al referendum, il Pd ha pensato bene di utilizzare le immagini dei campioni azzurri, freschi di medaglia di bronzo alle Olimpiadi Invernali, piegando le loro imprese sportive a una narrazione politica del tutto estranea al contesto agonistico. La reazione è stata immediata.
Gli stessi atleti, Stefania Constantini e Amos Mosaner, insieme ai vertici delle federazioni sportive coinvolte, hanno manifestato pubblicamente il loro sdegno per una strumentalizzazione ritenuta inopportuna. Lo sport, hanno ricordato, deve restare fuori dalle contese partitiche. Di fronte alla levata di scudi, il Pd è stato costretto a rimuovere il video, certificando una figuraccia che sarebbe stata evitabile con un minimo di buon senso e qualora si fossero avuti elementi validi contro la riforma.
Le parole di Gratteri e la frattura istituzionale
La gravità dell’accaduto sta però nel fatto che lo scivolone non può essere relegato esclusivamente a un errore comunicativo. È piuttosto il segno di un clima in cui ogni simbolo può diventare materiale da propaganda, anche a costo di forzature evidenti. Ma la deriva non si ferma qui. A sollevare un vero e proprio terremoto istituzionale sono state le recenti dichiarazioni di Nicola Gratteri che hanno acceso un durissimo scontro che dura da giorni. Questa volta anche all’interno della magistratura. Per il procuratore di Napoli al referendum voteranno No “le persone per bene e le persone che credono nella legalità”, mentre saranno per il Sì “gli indagati, gli imputati, gli appartenenti alla massoneria deviata e a tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Parole pesantissime, tanto gravi quanto inappropriate, perché tendono a marchiare parte dell’elettorato.
La reazione dei magistrati e il rischio di delegittimazione
La dimostrazione di come Gratteri abbia davvero superato il limite è arrivata da 51 magistrati di vari tribunali e procure d’Italia che, nel denunciare “l’assordante silenzio dell’Anm”, si sono scusati “con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni”, per poi spingersi fino a un provocatorio invito: “Ci indaghi tutti, sig. Gratteri”. È difficile immaginare una frattura più netta della categoria. Ed è proprio in questa rottura che la campagna per il No mostra il suo volto più problematico: quando scivola nell’anatema, nell’etichettatura, nella delegittimazione. In una democrazia matura, il dissenso non può essere trasformato in sospetto, né il voto in un marchio identitario. Ogni referendum è un momento di partecipazione che richiede un giusto confronto. Non video impropriamente montati con atleti ignari, né liste di proscrizione più o meno implicite. Tantomeno di patenti di moralità dal sapore di una resa dei conti.
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