Cara sinistra, fuori dalla Ztl c’è un popolo che vota. Anche senza laurea
Siamo alle solite, anche stavolta la sinistra ha trovato la spiegazione perfetta per il suo problema elettorale: gli italiani non la votano perché non hanno studiato abbastanza. Geniale. Non servono congressi, autocritiche, analisi del voto, ascolto dei territori (men che mai le primarie, per carità, che cosa volgare). Basta un buon diploma e il mistero è risolto.
Se perdi consensi tra operai, impiegati, lavoratori precari, famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, evidentemente il problema non è che non li rappresenti più. Il problema è che loro non sono abbastanza istruiti per capirti. Il recente botta e risposta tra Stefano Bonaccini del Pd e la premier Giorgia Meloni sull’istruzione degli elettori di destra ha avuto almeno il merito di riportare alla luce una malattia antica della sinistra italiana: la tentazione di considerare il voto degli altri non una scelta politica, ma una diagnosi. Sindrome, quella dei dem e compagni vari, che ben si abbina a un quadro clinico più ampio, secondo cui la democrazia e quindi il voto valgono di più se gli elettori votano giusto.
La filastrocca delle anime belle del disastrato campo largo è nota: se voti a sinistra, sei consapevole; se voti a destra, sei arrabbiato. Se voti Pd o dintorni, hai strumenti critici; se voti il centrodestra, evidentemente ti mancano gli strumenti. Se vivi in centro, sei progressista; se vivi in periferia e ti lamenti di sicurezza, degrado o immigrazione, hai probabilmente bisogno di un corso di educazione civica (perché di certo sei xenofobo e forse pure razzista). È così che una parte della sinistra è riuscita nell’impresa apparentemente impossibile di trasformare il proprio elettore in un cittadino modello e quello altrui in un caso umano da studiare. E in ogni caso da commiserare con il tipico snobismo da radical chic.
Il capolavoro, però, arriva quando si parla di lavoratori. Per decenni la sinistra ha chiesto ai lavoratori di emanciparsi. Oggi sembra chiedere loro qualcosa di più ambizioso: di emanciparsi dalle proprie opinioni. L’operaio che vota a destra è ormai un alieno per la sinistra. L’impiegato che protesta per il costo della vita va rieducato, perché ha un minimo di istruzione e pertanto è inammissibile che voti a destra. La famiglia che ha paura per il futuro va rassicurata sul fatto che, in fondo, il problema è di percezione, la famosa sicurezza percepita. E il pensionato che non riconosce più il quartiere in cui vive? È vittima del populismo e della demagogia dei giornali e delle trasmissioni di destra.
Naturalmente, nel frattempo, la sinistra continua a proclamarsi con irritante naturalezza e insopportabile convinzione rappresentante degli ultimi. Solo che gli ultimi, evidentemente, dovrebbero abitare nei quartieri giusti, usare le parole giuste, avere le opinioni giuste e possibilmente votare nel modo giusto.
Altrimenti diventano improvvisamente “populisti”, “disinformati”, “spaventati”, “arrabbiati”. Mai semplicemente cittadini che hanno deciso di non votare il Pd o il centrosinistra. È questo il dettaglio che sembra sfuggire alla grande scuola di sociologia elettorale della Ztl: le persone non votano necessariamente ciò che gli intellettuali ritengono più intelligente.
Votano il programma o il candidato che pensano possa difendere i loro interessi, non vanificare le loro speranze, talvolta persino fugare le loro paure.
E se una sinistra che dice di difendere i lavoratori non riesce più a convincere gran parte dei lavoratori, forse non è il lavoratore ad avere un problema cognitivo. Ma ammetterlo richiederebbe un esercizio oggi assai raro a determinate latitudini: l’umiltà.
Molto più facile organizzare un convegno sull’ignoranza degli altri. Molto più elegante spiegare che il Paese è vittima della propaganda.
O meglio ancora lanciare il solito allarme dell’attentato alla democrazia. E poi se gli elettori continuano a sbagliare, quando tracciano la X sulla scheda, evidentemente è colpa di Telemeloni – altra invenzione tutta della sinistra. Peccato che, a quanto pare, la maggioranza degli elettori continui a sbagliare da anni.
E allora viene il sospetto che il problema non sia che il popolo abbia smesso di capire la sinistra.
È che la sinistra abbia smesso di capire il popolo. La Ztl, del resto, è un posto meraviglioso: ci si può sentire vicini al mondo senza essere costretti a incontrarlo davvero, soprattutto clandestini, violenza, degrado, povertà. Fuori dalla riserva indiana di lusso della Ztl, però, c’è un Paese. E quel Paese vota. Anche senza laurea.
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