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Economia

Il sorpasso

di Giovanni Vasso -


Il sorpasso. Ops. L’ha detto il Financial Times, dunque bisognerà pur crederci. Gli investitori internazionali hanno iniziato a vendere gli Oat, i buoni del tesoro francese per comprare i nostri Btp. Inutile girarci attorno: è la grande rivincita del sistema Italia. Ed è, con quello di Macron, il tremendo e oscuro fallimento degli apocalittici che, in ogni tempo e in ogni modo, diffondono paure e sfiducia sperando di lucrarci. Economicamente o politicamente, tanto fa lo stesso.

Il sorpasso: così l’Italia ha messo la freccia

Il quotidiano finanziario britannico ha sentito analisti ed economisti. E ha messo in fila i dati. Il rendimento dei buoni francesi, per tutta l’estate, è stato superiore a quello dei bond italiani. Ciò vuol dire che, per invogliare il mercato a investire, Parigi è costretta a indebitarsi a un prezzo più alto. Mentre, a Roma, basta promettere anche di meno per trovare chi è pronto a credere e a scommettere sulla tenuta economica e finanziaria dell’ex grande malato d’Europa. Lo spread, lo ricordate? Ecco, racconta oggi una realtà ben diversa da quella che, a furia di ripeterci, abbiamo ormai interiorizzato come fosse un destino ineluttabile. Lo spartiacque è stato tra luglio e agosto di questa estate. Il mondo, lo sappiamo, è in fiamme. L’oro ha ripreso a correre e gli investitori cercavano e cercano ancora beni rifugio in cui investire, e possibilmente preservare, i loro capitali. Proprio in questa fase è successo che mentre il differenziale degli Oat francesi s’è impennato, quello dei Btp italiani s’è dolcemente stabilizzato. Detta meglio. I titoli italiani a dieci anni, nei loro giorni (recenti) peggiori hanno messo a segno un differenziale rispetto al solido Bund tedesco di 85 punti base. Quello francese, invece, ha subito un’accelerazione che, in qualche settimana, ha portato lo spread da 63 punti base a più di 86. Non è più un segnale, è una realtà, a modo suo è un contro sorpasso: i mercati, della Francia, non si fidano. Dell’Italia, invece, sì.

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I fondamentali che fanno la differenza

Ciò succede perché le ultime manovre, fortemente difese e volute dal ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti, non sono state chissà quanto espansive. Nessuna delle due nazioni è uscita dai rigori del Patto di Stabilità ma, come riporta il Ft, il rapporto debito/Pil italiano è sceso dal 154% al 139% mentre quello transalpino è addirittura salito passando dal 114% al 117%. Contestualmente, la parabola del debito rispetto all’impennata del periodo pandemico ha visto un esito differente per i Paesi. L’Italia è rientrata su livelli più che sostenibili, specialmente per un Paese che conserva un avanzo primario di bilancio. La Francia, invece, incespica su un allargamento del deficit che ammonta al 5%. Gli investitori giapponesi, fortissimi e citati dallo stesso Financial Times (che sa di cosa parla dal momento che il suo editore è la nipponica Nikkei), hanno venduto Oat per comprare Btp. È anche per questo se Emmanuel Macron s’è scapicollato dalla premier giapponese Sanae Takaichi, oltre che per il parco a tema Dragon Ball (che faranno, forse, con l’Arabia Saudita). Insomma, la situazione è positiva ma è foriera di novità.

Che manovra verrà?

Anche politiche. La manovra che verrà dovrà rispettare (anche) i desiderata del mercato se si punta a rafforzare il primato sui cugini francesi (che scontano, va detto, pure il clima di incertezza politica e di sfiducia verso le prossime presidenziali che, sicuramente, saranno vinte da una delle ali estreme della politica) e, cosa di gran lunga più importante, se si vuole conservare la fiducia degli investitori. Perché il mondo, lo dicevamo prima, è in fiamme. E tutti soffrono, persino i potentissimi Treasury americani, sotto il peso di un debito pubblico mostruoso da 40mila miliardi di dollari. Certo, né l’Italia né tantomeno l’Europa possono ambire a scalzare gli Usa dal loro posto. Con tanti saluti ai fin troppo ambiziosi falchi della Bce. Però, tra dazi e ripercussioni, Washington non se la sta di certo spassando. Ed è questo ciò a cui stanno guardando i cinesi.

Ma la vera bagarre è quella tra Cina e Usa

La corsa al primato digitale nasconde un’ulteriore battaglia monetaria. Gli analisti pretendono che, con il petrodollaro agli sgoccioli (per tante ragioni quanti i missili che hanno paralizzato gli affari del Golfo Persico), nascerà il tech-dollaro. Ma la Cina, che non ha fretta, non ci crede fino in fondo. E la dedollarizzazione, per il Dragone, continua a rappresentare un obiettivo fattibile. Sul lungo periodo, per carità. Ecco, altro che quello dell’Italia sulla Francia. Questo sì che sarebbe un sorpasso (ancora più) epocale. Ma questa, per il momento, è un’altra storia.


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