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Attualità

Il round per le nomine, al Centro c’è Cingolani (e Leonardo)

Al centro del ring delle nomine, il muro del Centro, il ruolo di Fi e le voci sul futuro dell'ex ministro

di Cristiana Flaminio -


Nomine, al Centro c’è Cingolani. Più che una partita a scacchi, è un round di boxe. E questo non vuol mica dire che non ci sia una strategia dietro. Tutt’altro. Chi conosce, almeno un po’, la noble art sa benissimo che, alla fine, vince chi incassa di più, si rialza più spesso e, soprattutto, chi riesce a conquistare il centro del ring. E il centro del ring della partita, anzi del match, delle nomine è diventato Leonardo.

Nomine: Cingolani sì, Cingolani no

È un incontro che si gioca su più livelli. Innanzitutto quello economico. Leonardo rappresenta, già di per sé, una delle aziende di Stato più importanti. Dal punto di vista della capitalizzazione, dei conti, dei bilanci e delle prospettive. È l’impresa che si occupa della Difesa. E, strategicamente, ha un grande valore. Che diventa gigantesco se si considera il momento geopolitico come quello che viviamo e, soprattutto, se si tengono presente i progetti di riarmo europei. Forse, in questo preciso momento storico, solo Eni ha un valore strategico simile. Ma a San Donato Milanese la partita è diversa. Perché Claudio Descalzi viaggia spedito verso il quinto mandato e, semmai, occorrerà trovargli un nuovo presidente dopo il forfait ampiamente annunciato dell’uscente, il generale della Finanza Giuseppe Zafarana. Invece, in piazza Monte Grappa a Roma, la questione è diversa: Roberto Cingolani potrebbe rischiare di saltare. E la questione, prima ancora che schiettamente economica, si fa politica.

Nubi a piazza Monte Grappa

Già, perché, un po’ come Descalzi, anche Roberto Cingolani “discende” dall’epoca nemmeno troppo lontana del governo Draghi. Un esecutivo supportato da tutti e amato da pochi, per carità. Con l’ex banchiere, Cingolani fu ministro, poi passò, nominato proprio dal governo Meloni, alla guida di Leonardo. Con risultati interessanti. Glieli riconosce il mercato. Da quando hanno iniziato ad addensarsi le nuvole sul suo futuro come ad, i titoli della società hanno cominciato a perdere quota. Ieri un timido +0,35% rispetto al tonfo da poco più di otto punti percentuali registratosi martedì. L’analisi è semplice: le voci di cambio al vertice “puniscono” il titolo. Ma, detto tra noi, c’è da considerare pure una parte non propriamente trascurabile che riguarda la fluttuazione, più o meno fisiologica, dei titoli di un’azienda di sicurezza dopo la tregua tra Usa e Iran. Un po’ come accaduto, per dire, con la stessa Eni le cui azioni sono arrivate a perdere quasi il 7,4% in una sola seduta. Non si può negare, però, che le voci (e forse qualcosa di più) sul futuro dell’amministratore delegato pesino, eccome, sulle performance del titolo.

Il jab del Ft e l’uppercut di Forza Italia

Più che una partita a scacchi, è un round di boxe. I colpi arrivano secchi e potenti, altro che gambetti. Una sfida, totale, alla conquista del Centro. Che riparte quando il Financial Times giura che, in vista dell’assemblea del 7 maggio, la rosa di candidati che verrà proposta agli azionisti non contemplerà il nome di Roberto Cingolani. E ciò anche, se non soprattutto, per ragioni di natura squisitamente politica. Di rimbalzo, nelle sale dei passi perduti dei luoghi che s’ostinano a voler contare, si sussurra che a chiedere la testa di Cingolani sarebbe stata una parte di Forza Italia. Che, forse, avrebbe fatto il passo un po’ più lungo della gamba se è vero ciò che si racconta, ossia che le alternative proposte non abbiano convinto granché né il Mef né gli alleati di governo. La frittata, però, ormai era fatta. Le voci erano già fuggite e impazzavano sui giornali. Che, intanto, riportavano nomi su nomi.

Il gancio di Calenda, il totonomi e la querelle al Centro

Come, per esempio, quello di Stefano Antonio Donnarumma, attuale ad e direttore generale del Gruppo Fs. Un’ipotesi alquanto improbabile, non fosse altro perché Ferrovie dello Stato, seppur su altri scenari, non è meno strategica di Leonardo avendo, letteralmente, in mano miliardi in progetti infrastrutturali per il solo Pnrr. Proprio Salvini ha smentito seccamente ogni ipotesi di un cambio di guardia. E mai come stavolta, forse, il vicepremier ha avuto ragione. E allora? Accade che Roberto Cingolani sia apprezzatissimo dall’area moderata. Il suo nome è uno dei pochi rimasti capaci di “unire” persino ex amici, ora rivali, come Matteo Renzi e Carlo Calenda. Proprio quest’ultimo ha chiesto a Chigi di far chiarezza: “Assurdo rimuovere Cingolani senza spiegazioni in un settore delicato in cui era apprezzato da investitori e partner”, ha scritto il capo di Azione su X. “Necessario che il governo chiarisca se ci sono ragioni di sicurezza o di performance. Eventuali ragioni di appartenenza politica confermerebbero un andazzo del governo che decisamente non sta portando bene”. Ecco, il round per la conquista del Centro del ring delle nomine prosegue. La campanella non è ancora suonata. Semmai, risuona l’eco del Michelangelo Dome e dei progetti multistrato finiti al centro, pure loro, delle indiscrezioni e dei pettegolezzi economico-politici.


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