Contro il “Coma musicale”: Piero Cassano riaccende il respiro
Intervista al compositore che a Sanremo riceve un premio che non chiude un percorso, lo riapre: un ritorno di respiro in un presente che ha smarrito la melodia
Ci sono compositori che parlano come se stessero ancora accordando qualcosa dentro di sé: senza fretta, senza alzare la voce, lasciando che una frase semplice apra un varco inatteso. Piero Cassano è così. Lo ascolti e capisci che la musica, per lui, non è un mestiere: è un modo di stare al mondo, una forma di respirazione.
Non difende né rivendica. Guarda il presente con la calma di chi ha attraversato stagioni in cui una canzone nasceva da un’urgenza, non da un algoritmo. Parla di emozioni come si parla di un clima, di un dettaglio che ritorna, di un odore che non sai spiegare. La musica non gli appartiene: gli passa attraverso.
Le sue parole arrivano in diagonale, senza compiacere. Sono la visione nitida di un artista che ha attraversato la musica da dentro e continua a leggerla con una lucidità che pochi possono permettersi.
Il mestiere: si impara o ci si nasce?
«Credo che ci sia qualcosa nel DNA, un pungolo naturale. Poi certo, lo puoi allenare, puoi studiare, puoi affinare. Ma la spinta vera nasce da dentro: è il bisogno di esternare emozioni, esigenze, verità che non puoi trattenere.»
Com’era una volta, com’è oggi?
«Una volta la testa, l’emozione, l’esperienza di vita guidavano tutto. Oggi spesso si cerca la purezza del suono, non dell’emozione. C’è un esercito di giovani produttori che lavorano grazie al fonico, al computer, ai file… e adesso anche all’intelligenza artificiale. La cosiddetta “gavetta” non è più necessaria: serve solo la fortuna di essere notati.»
Quale canzone ti ha cambiato senza che te ne accorgessi?
«Domanda difficile. Ho tante esperienze, non per spocchia ma per realtà. Sicuramente Cavallo bianco. E poi Solo tu: quasi quattro milioni di copie vendute nel mondo. In Italia 1.200.000 copie. In Francia cinque settimane consecutive in cima alla hit parade. Ogni settimana ero a Parigi. Certamente Quando nasce un amore: l’ho scritta in venti minuti, il testo di Adelio Cogliati era già perfettamente in metrica. E poi Musica è…, Pollon combinaguai… ognuna ha lasciato un segno diverso.»
Occasioni mancate: c’è un testo, un artista o un progetto che ti è sfuggito per un soffio?
«Sì. In Francia avevo iniziato un percorso importante: Mireille Mathieu, Demis Roussos. Avevo due discografici, Christophe Piot e Guy Pons, e un contatto con Johnny Hallyday. Ma diedi priorità alle operazioni con Eros Ramazzotti: ci fu un conflitto di tempistiche. Hallyday è stato un’occasione unica, sfumata.»
Le note sono sette, ma… il testo perfetto oggi?
«Un testo che rispetti il mio gusto artistico: niente violenze, niente artifici. Racconti della quotidianità vera. I testi di oggi sono spesso molto belli, ma non potrei musicarli: manca la melodia, manca il respiro. È un coma musicale.»
Spesso si ricordano gli autori dei testi, mentre per i compositori la strada è più silenziosa. Quali sono quelli con cui hai sentito una vera simbiosi?
«Sicuramente Aldo Stellita e Giancarlo Gozzi, compagni di viaggio nel lungo percorso con i Matia Bazar. Adelio Cogliati, sette album di Eros Ramazzotti fatti insieme. Riccardo Mannerini, che mi fece conoscere Fabrizio De André. Frequentavamo insieme il bar di via Cecchi, alla Foce di Genova: lì potevi incontrare artisti come Luigi Tenco e tanti altri. Bruno Lauzi: con lui scrissi Notte italiana per Milva. E poi Alberto Salerno, che lavorava con Eros prima di Terra promessa e Una storia importante. Insieme cercammo di mettere in piedi un progetto mai portato a termine, ma entusiasmante.»
Cosa ti sorprende ancora in un cantante?
«L’intonazione. La voce. Oggi seguo due giovani: Matteo Macchioni, tenore lirico internazionale che fa anche crossover. E Cecilia Larosa, cantautrice calabrese: abbiamo appena realizzato un esperimento molto arduo, metà in italiano e metà in calabrese. Una cosa che si discosta totalmente dal “coma musicale” attuale.»
Cosa non hai ancora provato a fare, ma ti sfiora l’idea?
«Ritirarmi nella tranquillità. Ricercare. Ritrovare la grinta. Cercare il bello come fosse un fiore, ma bagnato dall’acqua dell’ispirazione vera. La parte più bella di quasi tutte le canzoni di oggi è quando sono finite. Io vorrei tornare alla purezza.»
E forse è per questo che il premio che Piero Cassano ritirerà a Sanremo non somiglia a un riconoscimento, ma a un ritorno. Non un traguardo, ma una curva morbida dentro una storia che non ha mai smesso di respirare. Sanremo lo accoglie come si accoglie qualcuno che non se n’è mai davvero andato: con quella familiarità che hanno solo le melodie cresciute addosso senza chiedere permesso.
E allora questo premio diventa un gesto semplice, quasi un accordo tenuto più a lungo del previsto. Un modo per dire che certe storie non si chiudono: si sedimentano, si trasformano, si ascoltano meglio col tempo.
Cassano lo ritirerà così, senza rumore. E noi, per un attimo, avremo la sensazione che la musica italiana — quella che nasce da un’urgenza, non da un algoritmo — possa ancora trovare la sua melodia.
MATTEO MACCHIONI
CECILIA LAROSA
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