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Attualità

Con la legge, dunque con i poliziotti

di Giuseppe Tiani -


Io sto con la legge, e proprio per questo sto con i poliziotti. Perché in Italia la realtà dura un attimo, mentre la sua rappresentazione dura settimane. Muore un uomo, parte un colpo, interviene un agente. E il Paese non discute più della verità, della paura, del contesto criminogeno. No. Si aggrappa a una parola, come un popolo superstizioso davanti al suo feticcio burocratico, indagato.

L’atto dovuto diventa condanna sociale, politica e disciplinare del poliziotto. Il registro, garanzia tecnica, diventa gogna. Le scriminanti non si iscrivono, la legittima difesa non è un sottopancia, l’adempimento del dovere non è un’opinione da studio televisivo. Ma il Paese non sopporta più il tempo del diritto, vuole l’immediatezza della colpa. E qui sta un nodo che lascia perplessi. Perché chi è chiamato a custodire la prudenza prima ancora che l’accusa, avverte l’urgenza di scrivere subito un capo d’imputazione, mentre non sente la stessa urgenza di collegarlo, almeno in ipotesi, alle possibili cause di giustificazione?

Perché l’accusa deve essere immediata e fragorosa, mentre la legittimità di un’azione o il dubbio restano muti e rinviati? Si iscrive la colpa con l’inchiostro, e la legittimità di compiere un dovere con la matita, forse. A Rogoredo un agente spara durante un controllo, arma vera o a salve, ma la paura è vera come il contesto criminale di quel territorio e come la morte successiva. E subito si accende la morbosità mediatica e politica, non si cerca giustizia, si cerca un sacrificio. La morte come contenuto, la divisa come bersaglio, la procedura penale come scandalo.

A Torino non ribolle il conflitto sociale, né il diritto di manifestare sempre garantito e tutelato. Ribolle l’aggressione violenta e programmata al limite dell’eversione di chi prende a martellate i poliziotti, offrendo ai cittadini l’immagine di una polizia e di uno Stato incerti, che esitano prima di ordinare la carica e l’uso degli idranti. E in mezzo restano loro, i poliziotti, con i loro corpi donati allo Stato, usati come argine e poi insultati come colpa. La destra invoca scudi penali come amuleti. La sinistra recita formule astratte e di circostanza. Tutti partecipano allo stesso rito degradato. Io sto con la legge e proprio per questo difendo i poliziotti che fanno il loro dovere, sempre, nonostante tutto. Perché oggi la vera barbarie non è nei colpi legittimamente sparati, ma nel degrado del dibattito pubblico e delle istituzioni ridotte a spettacolo, dove la giustizia diventa scontro e la verità resta, ancora una volta, sullo sfondo.


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