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Cronaca

Da Del Deo al “mercato unico dello spionaggio”

Tutti gli interrogativi su un'inchiesta bollente che potrà "annegare" o proseguire

di Angelo Vitale -


Da Del Deo alla “Squadra Fiore”: il “mercato unico dello spionaggio”. Da almeno due anni i titoli dei giornali si sono inseguiti, pure quelli di questo quotidiano: “L’Italia degli spioni e degli spiati”, “Ecco chi faceva i dossier”, “Scoperta la rete di migliaia di accessi abusivi”. L’inchiesta che si sviluppa a Roma intorno alla figura di Giuseppe Del Deo, ex numero 2 del Dis, comincia a raccontare però qualcosa di più profondo. Non solo un sistema, ma un possibile salto di qualità.

La costruzione di un mercato

Perché il punto non è più soltanto chi spiava e perché. È “come spiavano”. E soprattutto: “con quali strumenti e dentro quale filiera”. Le carte della Procura di Roma, i brandelli che ne emergono, parlano di società, relazioni, consulenze, accessi a banche dati.

Non è una novità assoluta: già il caso Telecom Italia Security, esploso negli anni Duemila, aveva mostrato come pezzi di intelligence potessero muoversi in ambito privato, con dossieraggi illegali. Ma qui il salto sembra diverso: non una struttura deviata, bensì un possibile tentativo di mettere “a sistema” il settore. Operando fuori e dentro lo Stato.

Un “mercato unico dello spionaggio”. Dove raccolta, analisi e vendita di informazioni sensibili diventano segmenti di una stessa catena. È questo che preoccupa gli investigatori, almeno, lo speriamo: non solo l’abuso, ma la sua organizzazione.

Le “porte girevoli”

Dentro questo schema torna un tema antico e mai davvero regolato: le porte girevoli tra apparati dello Stato e settore privato. Il passaggio di figure apicali verso aziende che trattano dati, sicurezza e intelligence economica è prassi consolidata. Non è un caso isolato. Negli anni, dirigenti usciti dai Servizi – ma pure prima su importanti poltrone della Difesa o delle forze dell’ordine – si sono accomodati in grandi gruppi pubblici e privati.

Basta guardare ai big player consolidati della ricerca e dell’energia, dove nel tempo si sono incrociate competenze provenienti dagli apparati. Non è di per sé illecito. Ma il punto è un altro. Esistono barriere sufficienti? O il rischio è che relazioni e conoscenze sensibili si trasferiscano senza un vero “raffreddamento”?

Il tema è noto. E’ il “limbo dei segreti”: il tempo in cui un ex 007 deve restare “al gelo” prima di “vendersi” al privato. Non sono bastati, finora, approfondimenti e richiami istituzionali, come quelli Anac. E anche analisi e studi indipendenti, viene rilevato, sono all’anno zero. Troppo forte, sotterraneo, il legame tra i big veri della finanza e dell’industria e la politica di turno che molti italiani pensano governi davvero tutto. Finora, “un deserto di voci”.

Da chi frequenta il Transatlantico arriva il suggerimento, accompagnato da un velato sorriso, a chiedersi perché mai anche la discussione su un banale emendamento ad un qualsiasi Milleproroghe dentro e fuori le Camere, sia talvolta accompagnato dalla cautela nel trattare le procedure in un qualsiasi modo collegate a queste “porte girevoli”. E’ un fatto: il cosiddetto “revolving doors” segnala la fragilità italiana rispetto ad altri Paesi occidentali dove i periodi di incompatibilità sono più rigidi. In Italia, invece, il confine resta poroso e sempre accettato.

Il livello “operativo”

C’è poi un terzo livello di tutta questa storia, ancora più delicato: quello operativo. L’uso di soggetti esterni, consulenti, intermediari. Una zona grigia che ricorda, per certi versi, precedenti ormai ultradecennali, evidentemente indispensabili punti di riferimento.

Qui il punto non è il singolo caso, ma il modello: pezzi di intelligence che escono dal perimetro pubblico e vengono “appaltati”, formalmente o meno. E che servono a dialogare autonomamente con pezzi di colossi come Eni o Barilla. È una trasformazione silenziosa.

L’intelligence, sulla carta, nasce come funzione esclusiva dello Stato, legata alla ragion di Stato. Oggi, invece, subisce una progressiva esternalizzazione. Non dichiarata, non regolata fino in fondo, proprio per questo più difficile da controllare.

I “neri” fin dentro il Vaticano

Infine, il capitolo più opaco. I riferimenti, ancora tutti da verificare, a contatti e timori che arriverebbero fino all’area del Vaticano. Un terreno che impone cautela assoluta. Non ci sono elementi per ricostruzioni compiute, se non suggestioni. L’accenno a rapporti con la Gendarmeria Vaticana da sempre “nido” di veleni e segreti. L’interesse, neanche troppo nascosto, per i flussi di cassa del Vaticano o per figure ogni volta individuate o intraviste come vicine alla Segreteria di Stato.

Ma il solo fatto che emergano preoccupazioni legate a quel contesto apre interrogativi. Chi temeva cosa? E perché? Quali informazioni riservate potevano essere in gioco? Domande, per ora, senza risposta. Ma che segnalano un possibile allargamento del perimetro ben oltre il circuito economico e imprenditoriale italiano. O forse, in questa stessa area, bisognoso di copertura oltre Tevere.

L’inchiesta è all’inizio

Potrà “annegare” o proseguire. Una linea, già si intravede. Se Milano era la “centrale operativa” tecnologica, Roma era (ed è) la centrale delle relazioni. Non siamo più soltanto davanti a “spioni” e “spiati”. Da anni, era in marcia un sistema che rischia di trasformare l’informazione sensibile in merce, con attori che si muovono tra pubblico e privato, tra legalità e opportunità.

In un Paese in cui questo movimento è stato per anni tollerato, se non considerato normale, la vera domanda non è cosa stia emergendo oggi. Ma da quanto tempo stava accadendo. E quale verminaio profondo nasconde.


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