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Attualità

Dalla polizia del sovrano alla polizia della Repubblica

di Giuseppe Tiani -


Oggi la Polizia di Stato celebra il suo 174° anniversario, una ricorrenza che riguarda insieme la memoria di un Corpo e la maturazione democratica del Paese. Nell’orizzonte costituzionale, la sicurezza non è soltanto difesa dell’ordine, ma garanzia delle libertà dei cittadini.

Il profilo moderno della Polizia di Stato nasce con la legge 121 del 1981, la svolta con cui il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, a ordinamento militare, lasciò il posto a una polizia civile, democratica e repubblicana. Non fu una semplice riorganizzazione, ma una conversione culturale dello Stato. Si superò l’idea di una polizia a presidio del potere e si affermò quella di una polizia al servizio dei cittadini, del Paese e delle istituzioni democratiche.

L’Italia lasciò alle spalle le guardie del sovrano e consolidò una polizia al servizio della Repubblica e dei cittadini. La sicurezza cessò di essere soltanto controllo e divenne bene pubblico, condizione dell’effettivo esercizio dei diritti e infrastruttura della convivenza civile. Ogni riforma democratica ha però una genealogia conflittuale. Nulla di importante nasce dall’inerzia o dalle zone grigie di chi si ritiene detentore politico e morale della vita del Paese. La scintilla di quella svolta fu il conflitto sociale, politico e culturale tra la fine degli anni Settanta e il 1981.

Un conflitto da non banalizzare, ma da comprendere nella sua funzione storica. Anche grazie a quella domanda di diritti, libertà e modernizzazione maturò l’idea di una polizia non più separata dal Paese, ma parte consapevole della sua evoluzione. Il conflitto sociale, quando resta nel perimetro democratico e non violento, non è una patologia dell’ordine pubblico, ma una forma attraverso cui una società corregge asimmetrie e spinge le istituzioni a essere più giuste.

In questo processo si colloca anche il ruolo dei sindacati di polizia come il Siap, la cui natura plurale e unitaria incarna uno degli approdi più coerenti della riforma, perché valorizza, dentro l’istituzione, la dignità del lavoro di poliziotti e poliziotte, la tutela professionale e la cultura dei diritti e dei doveri, con autonomia e specificità ma in rapporto con la tradizione sindacale confederale del mondo del lavoro, rappresentando così un essenziale punto di raccordo tra amministrazione e società civile. Anche per questa via si è affermata una verità semplice.

L’autorità democratica non si indebolisce aprendosi ai diritti, si rafforza perché si fonda sui doveri. In quella svolta vi fu anche un altro passaggio storico, la presenza femminile non più confinata in un corpo separato, ma pienamente integrata nella Polizia di Stato. Non fu un dettaglio organizzativo, ma la rottura di una barriera culturale profonda. Le donne entrarono a pieno titolo in un’istituzione unitaria, con pari attribuzioni, pari funzioni e pari dignità. Ma la 121 non può dirsi compiuta. La sua promessa si realizzerà solo quando tutte le istituzioni riconosceranno in modo sostanziale il ruolo delle autorità provinciali e locali di pubblica sicurezza.

Senza questo riconoscimento, la riforma resta incompleta proprio nel punto in cui mostrava la sua intelligenza più moderna, il legame civile e non autoritario tra territorio, trasparenza, responsabilità, tutela dei cittadini e Stato. Sono necessarie politiche di riformismo attuativo che portino a compimento lo spirito più avanzato della legge 121 del 1981.

Perché la Polizia di Stato non è soltanto presidio della legalità, ma anche fattore di sviluppo, come dimostrano le attività di prevenzione e di controllo svolte, attraverso le sue specialità, a tutela delle infrastrutture della mobilità e delle reti, dai porti agli aeroporti, dalle ferrovie alla viabilità, fino agli spazi della comunicazione digitale.

In un’economia di mercato regolata dal diritto, la sicurezza pubblica non è un costo improduttivo, ma una precondizione della libertà economica. Non c’è impresa, investimento o lavoro che possa prosperare dove prevalgono paura, intimidazione, criminalità e sfiducia nelle regole. La sicurezza pubblica non è l’opposto della libertà, ma il suo presupposto civile. Celebrare la Polizia di Stato, più che renderle omaggio, significa riconoscere che una politica matura seppe trasformare un apparato di controllo in un presidio repubblicano di libertà.

La forza democratica dello Stato non sta nella nostalgia dell’obbedienza, ma nella capacità di farsi servitore della legge, dei diritti, della comunità nazionale e della sua coesione. Per questo il 10 aprile non parla soltanto ai poliziotti. Parla all’Italia e le ricorda che la sicurezza, quando è interpretata con spirito pubblico, non è dominio ma responsabilità e servizio, non è distanza dalla società ma fiducia nella Repubblica.

In questa cornice è attuale Pier Paolo Pasolini, che seppe vedere nel volto dei poliziotti non la caricatura del potere, ma una parte laboriosa e affidabile del popolo italiano, contro letture schematiche e conformiste dei conflitti sociali. Parlò delle istituzioni come di realtà commoventi, capaci di rendere gli uomini umilmente fratelli.

Le grandi istituzioni democratiche attraversano gli uomini che temporaneamente le guidano e sopravvivono alle loro ambizioni, perché traggono forza non dall’applauso interessato, ma dal consenso profondo e trasversale del popolo.

Quando la sicurezza viene eretta a scena del prestigio personale o a strumento di consenso, si smarrisce il senso del servizio e si tradisce la sua missione più alta, che non sta nella vanità del comando, ma nella disciplina morale della Repubblica nata dalla Resistenza, nella decisione storica di sottrarre la forza all’arbitrio e di consegnarla alla democrazia, ai cittadini e alla legge. Questo, naturalmente, non significa indulgenza verso chi delinque o turba le nostre comunità.

I reati e il vandalismo vanno perseguiti con fermezza, le responsabilità accertate senza ambiguità e la pena ricondotta alla certezza del diritto, non alla propaganda del potere. È qui che si misura la differenza tra uno Stato autorevole e uno Stato che cerca applausi.


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