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Dalle impronte ai testimoni cosa non torna sulla scena

di Redazione -


di MIRIAM NIDO

Sulla scena del crimine di Erba pesa molto più quello che non c’è che quello che c’è. Quello che certamente non è stato mai rilevato, nonostante il lavoro del Ris di Parma, sono le tracce di Olindo Romano e Rosa Bazzi, ritenuti gli assassini di Raffaella, del suo bimbo Youssef, di sua mamma Paola e della condomina Valeria. Olindo, un netturbino non dotato di elevato quoziente intellettivo. E Rosa, una casalinga abitudinaria rinchiusa nel suo piccolo mondo della corte di via Diaz. Tanto da litigare con i rumorosi inquilini del piano di sopra, rei di sconvolgere il silenzio di una coppia senza troppe pretese. Raffaella Castagna e suo marito Azouz Marzouk, tunisino implicato in giri di droga e uscito di galera grazie all’indulto, erano un’ossessione per i coniugi Romano. Ed è questo che avrebbe fatto scattare la furia omicida di due tranquilli individui. La coppia, allora, avrebbe premeditato in maniera così eccezionale il crimine da mettere in atto un delitto perfetto, nel quale Olindo e Rosa avrebbero fronteggiato quattro persone, escludendo il bimbo, le avrebbero messe al tappeto, gli avrebbero sfondato il cranio producendo una notevole quantità di schizzi ematici, per finirle con una coltellata mortale, rigirata più volte al punto da recidere le carotidi, con il sangue che sgorgava a fiotti e senza mai lasciare alcuna impronta. Senza che nemmeno una traccia del loro dna, magari una goccia di sudore, finisse sulle vittime. Qualcuno ipotizza che il fuoco e l’acqua possa averle cancellate. Solo le loro, però, visto che le tracce dei Romano non c’erano, ma quelle delle vittime e perfino di persone non identificate sì. Nemmeno in casa loro, rivoltata come un calzino, è mai emersa alcuna macchia di sangue. Si erano cambiati nel locale lavanderie e buttato i vestiti zuppi nel cassonetto, secondo i giudici. “Olindo avrebbe dovuto avere le mani sporche di sangue delle varie vittime, sangue che poi avrebbe dovuto trasferire, di volta in volta, sulla vittima successiva e sulle superfici con cui è entrato in contatto ossia sul copriletto, sull’accendino, sulle maniglie di porte e finestre”, scrive la criminologa Roberta Bruzzone nella perizia che verrà depositata nell’istanza di revisione del processo. Oltre a quello che non c’è, è rilevante anche quello che è stato ritrovato ma mai analizzato, tra cui alcuni reperti non riconducibili né ai coniugi, né alle vittime e neppure ai soccorritori. C’è un’impronta di scarpa non esaminata su un cuscino, un’impronta palmare di uno sconosciuto sul pianerottolo, le unghie di Youssef, una ciocca di capelli trovata sulla maglia del bambino e mai analizzata, un accendino e un mazzo di chiavi che non si sa a chi appartengano, il cellulare di Raffaella, altri reperti sui quali è stato isolato dna non appartenente né alle vittime né agli assassini e un’orma insanguinata sul terrazzino di casa Castagna. La difesa ha tentato varie volte di ottenere le analisi su questi reperti, ma finora le richieste erano state rigettate, non ritenendoli meritevoli di approfondimento rispetto agli altri elementi che hanno pesato sulle condanne. Olindo e Rosa sono stati puniti sulla base di una minuscola traccia di sangue scoperta sul battitacco della portiera della loro macchina, il cui Dna è di Valeria Cherubini. Eppure quell’auto era stata più volte analizzata dal Ris, prima che i carabinieri di Como la trovassero con il luminol. Nella perizia, la Bruzzone non solo sottolinea come non ci sia evidenza dell’uso del composto chimico nei reperti fotografici, ma che quella prova sarebbe contaminata, perché uno dei militari aveva calpestato il sangue delle vittime sulla scena del crimine, senza indossare le protezioni calzari. Ci sono poi le intercettazioni ambientali inedite, dalle quali emerge che Mario Frigerio non avrebbe subito puntato il dito contro Olindo. Anzi, avrebbe descritto l’aggressore come uno sconosciuto di carnagione olivastra, robusto, con capelli e occhi neri. È questo che mette a verbale il 15 dicembre 2006. Il 2 gennaio 2007, però, il superstite dà allo sconosciuto le sembianze di Olindo, del quale sbaglia perfino il nome, chiamandolo “Ottolino”. Cosa è accaduto nella mente di Frigerio? Per la difesa la sua memoria è stata manipolata, nel corso di alcuni incontri con i carabinieri. Il primo il 20 dicembre, con il comandante di Como, il maresciallo Luciano Gallorini, che parla con Frigerio di Olindo. Un colloquio insistente, registrato dalle intercettazioni telefoniche, che invece non hanno documentato la visita dei carabinieri nel giorno di Natale e, della quale, la difesa ha avuto conferma in altre intercettazioni. Una circostanza misteriosa, considerando il fatto che il 26 dicembre è il giorno della svolta, quando Frigerio farà per la prima volta il nome di Olindo, al posto dello sconosciuto. La cui descrizione è più in linea con la nuova testimonianza del tunisino Abdi Kais, amico di Azouz e residente nell’appartamento del massacro, il quale ha parlato di liti per droga, di un ordine di eliminare un gruppo di spacciatori rivali e di proventi dello spaccio custoditi in casa Castagna. Infine sono incongruenti con la scena del delitto le confessioni, poi ritrattate, dei coniugi Romano, ma che hanno pesato come un macigno sulla condanna.

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