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Giustizia

Figli di nessuno

di Ettore Politi -


Partiamo dai numeri. L’Eurostat colloca l’Italia tra i Paesi europei con il minor tasso di criminalità minorile. Eppure le relazioni semestrali della DIA segnalano da anni un aumento di minorenni gravitanti attorno a sodalizi mafiosi.
 E il Ministro Giuseppe Valditara propone norme per tenere i coltelli fuori dalle scuole. Le scuole!
Questi dati non si contraddicono: si spiegano.
Non stiamo parlando di ragazzini che sbagliano. Stiamo parlando di un sistema che li aspetta.

Problema antico

I segnali arrivano dagli anni Novanta.
Nell’hinterland milanese, e di altre grandi città, esistevano già bande, scontri, occupazioni di territorio.
Nessuno volle diagnosticare la malattia.
Si svuotavano gli oratori, chiudevano i centri aggregativi, scompariva l’adulto di riferimento.
Al loro posto: il marciapiede.

E sul marciapiede qualcuno aspettava già, con un’offerta semplice: denaro, protezione, appartenenza.

L’alibi del lockdown

Le amministrazioni delle grandi città hanno negato per anni l’esistenza del problema, impedendo ogni dibattito serio sulle periferie abbandonate.
 Poi è arrivata la soluzione narrativa: il lockdown. Tutta la delinquenza giovanile sarebbe nata tra il 2020 e il 2021.
Prima non c’era.
Dopo, è solo colpa del Governo. Ponzio Pilato, al confronto, era un uomo di responsabilità.

La porta aperta

Le organizzazioni mafiose non reclutano per caso.
Sanno aspettare. Il giorno del diciottesimo compleanno la rete istituzionale,  il servizio sociale, il tribunale dei minori, il progetto di recupero sparisce di colpo. Trovare lavoro onesto, per chi ha costruito la propria identità sull’economia del crimine, è quasi impossibile.
C’è un solo datore di lavoro disposto ad accoglierli: quello che offre denaro, protezione e struttura.
Lo chiamano famiglia.
 È la parola che le istituzioni non hanno saputo pronunciare per tempo.

Il primo argine

Per decenni nessun governo ha prodotto strumenti specifici per interrompere il ciclo tra disagio giovanile e la strada malavitosa.
Il Decreto Caivano, varato dal Governo Meloni nel 2023 dopo gli episodi di violenza nell’omonimo comune campano, ha segnato una discontinuità.
Per la prima volta si è tentato di collocare un presidio istituzionale, educativo, sociale, penale tra il degrado dei quartieri e la deriva criminale.
Daspo urbano per i minori, potenziamento dei servizi di prossimità, inasprimento delle pene per chi recluta giovani: strumenti discutibili nel dettaglio, ma che almeno nominano il problema.

Le opposizioni hanno contrastato il provvedimento.
Parte delle resistenze ha motivazioni ideologiche note.
Ma c’è anche un dato scomodo che la sinistra fatica ad affrontare: tra i giovani coinvolti nelle gang urbane delle grandi città una quota significativa appartiene a seconde generazioni di immigrati, cresciuti in Italia in condizioni di emarginazione strutturale. Figli di un’accoglienza che si è fermata all’ingresso e non ha mai prodotto integrazione reale.
 Riconoscerlo non è razzismo: è la premessa per qualsiasi politica efficace.
Negarlo, invece, ha permesso per anni di non fare nulla, in nome di una narrazione che confondeva il silenzio con la tolleranza.

Prevenire, non piangere

Il punto non è contare i danni. È smettere di produrli.
Forze dell’ordine, servizi sociali e magistratura minorile devono operare in modo coordinato e non in compartimenti stagni e certamente prima che questi ragazzi compiano diciotto anni e diventino risorse per la camorra o la ’ndrangheta.
Serve una presenza stabile nei quartieri, non operazioni straordinarie a fotocamera accesa.
Occorre continuità della presa in carico oltre la maggiore età, non pratiche che scadono con il certificato anagrafico.
Serve che un’indagine su un minore non resti un fascicolo isolato, ma diventi informazione condivisa tra chi sorveglia, chi assiste e chi giudica.
Ogni euro non investito oggi in un presidio di quartiere, in un servizio sociale di prossimità, in un progetto di reinserimento reale, è un euro che si spende domani in operazioni antimafia.
Con meno garanzie di successo e più vittime nel conto.
Il conto è arrivato da tempo. E lo pagano i cittadini per bene che abitano le periferie, e ora anche le zone centrali, che subiscono le aggressioni, che non possono permettersi di andarsene.
Qualcuno provi ancora a dire che il problema non c’è.


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