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Politica

È già bagarre dentro e fuori da Montecitorio. Magi espulso, scontro tra Vannacci e Calenda

di Giuseppe Ariola -


È ufficialmente partito l’iter della riforma della legge elettorale in aula alla Camera. Nel tentativo di velocizzarne il più possibile l’approvazione, la proposta del centrodestra è stata incardinata il primo giorno utile dopo che mercoledì è stato ultimato l’esame in commissione Affari costituzionali.

Dopo questo primo step più che altro formale, che comunque non ha mancato di regalare qualche emozione, il timing dei lavori sarà deciso e ufficializzato la prossima settimana. Probabilmente già nella capigruppo fissata per mercoledì.

L’intenzione della maggioranza resta infatti quella di licenziare il provvedimento in prima lettura entro la pausa estiva. I lavori nell’emiciclo di Montecitorio saranno, quindi, con ogni probabilità attentamente scadenzati. Fonti parlamentari di centrodestra non fanno alcun mistero della volontà di chiedere un contingentamento dei tempi così da contenere il già annunciato ostruzionismo dell’opposizione.

In questo modo, spiegano fonti della maggioranza, si eviterà anche di porre la fiducia sul testo. Così da non lasciare ai partiti di minoranza l’alibi di non aver partecipato alla definizione delle nuove regole del gioco perché messe dinanzi a un testo blindato. Dal canto suo, l’opposizione, anche ieri, non ha mancato di far sentire la propria voce, nettamente contraria alla proposta di nuova legge elettorale.

Si passa dalle critiche nei confronti del premio di maggioranza – pari a 70 deputati e 35 senatori per la coalizione che ottiene almeno il 42% dei consensi – in ragione del quale si paragona la riforma alla famosa legge Acerbo, a quelle indirizzate all’obbligo di indicare il nome del candidato premier al momento della presentazione delle liste.

Un tentativo, sostiene l’opposizione, di introdurre surrettiziamente il premierato. Un’accusa alla quale ha risposto direttamente la ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati. “È falso! La legge parla chiaro – ha detto prendendo la parola durante i lavori alla Camera – laddove si riferisce testualmente alle prerogative del presidente della Repubblica che restano immutate secondo l’articolo 92 della Costituzione”.

Per la ministra, visto che la riforma nulla prevede circa le funzioni del presidente del Consiglio e, tantomeno, in relazione alle prerogative del Presidente della Repubblica, “non c’entra assolutamente nulla con il premierato”.

Ma i commenti più duri, ovviamente, sono quelli indirizzati all’assenza delle preferenze. Quasi tutti le reclamano, anche se in realtà sono pochissimi i partiti disposti a fare in modo che non siano le rispettive segreterie, al momento della compilazione delle liste bloccate, a decidere chi debba entrare in Parlamento e chi no. Sulla questione il deputato, Riccardo Magi, ieri ha inscenato un vero e proprio show nell’aula della Camera.

Insieme alla parola, il segretario di +Europa ha preso anche un fac-simile in formato gigante di quella che dovrebbe essere la nuova scheda elettorale sul quale c’era scritto ‘il tuo voto non conta nulla’. Dopo averlo mostrato, l’ha poi strappato.

Nel frattempo, ha accumulato i tre richiami all’ordine dalla presidenza che gli sono costati l’espulsione dall’emiciclo. Raggiunto il Transatlantico, Magi ha poi rincarato la dose: “Io credo che questa legge elettorale segni veramente un colpo di Stato elettorale, chiamiamolo colpo di Stato mite, burocratico, ma un colpo di Stato”, ha detto.

Sulle preferenze, ma lontano da Montecitorio, è tornato anche Roberto Vannacci. Vista la diffusa consapevolezza che gli emendamenti per introdurle, annunciati da più parti, Fratelli d’Italia compresa, rischiano di infrangersi contro lo scoglio del voto segreto, il Generale ha lanciato una sfida direttamente a Giorgia Meloni. “Si chiami i capigruppo degli altri partiti della coalizione – è l’invito del leader di Futuro nazionale – e proibisca loro di chiedere il voto segreto quando l’emendamento verrà discusso in aula”.

Poi, è intervenuto su un’altra questione, scontrandosi questa volta con Carlo Calenda. Motivo del contendere è stata l’unica modifica di peso approvata in commissione. Quella che esonera i partiti con un gruppo parlamentare in almeno un ramo del parlamento alla data del 31 dicembre 2025 dalla raccolta delle firme per il deposito delle liste.

Bagarre a Montecitorio, scontro Calenda-Vannacci fuori

L’emendamento, subito ribattezzato ‘salva Azione’ da alcuni, perché esonera il partito di Calenda dalla raccolta delle sottoscrizioni, e ‘anti Vannacci’ dagli altri, poiché Futuro nazione non ha un gruppo autonomo ma sono una componente in quello Misto alla Camera, in realtà non è né l’uno né l’altro.

A beneficiarne, come a rimetterci, sono infatti tanto alcuni gruppi dell’area di centrodestra che altri del centrosinistra. Ad aprire le danze è Vannacci che ironizza come “grazie a questo regalo meloniano, il ‘pariolino radical chic’ non dovrà raccogliere le firme per presentarsi alle prossime politiche”. Pronta la replica di Calenda: “l’esonero dalla raccolta delle firme l’ho avuto non soltanto io, ma anche il tuo amico Renzi, quello con cui ti vedi di nascosto, che ti dice cosa fare, quello che ti racconta come andare avanti”. Poi la stoccata finale con riferimento alla fuoriuscita del Generale dalla Lega: “Sei un traditore e pure un po’ cazzaro”.

Tutto questo solamente nel primo giorno in cui la riforma della legge elettorale è arrivata in aula. Il segno che se ne vedranno ancora delle belle.


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