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Politica

Vannacci e Alemanno, l’asse che graffia la destra di governo e riapre i dossier rimossi

Una fronda organizzata, identitaria, che parla il linguaggio della destra storica

di Ernesto Ferrante -


C’è un’aria di fronda, ma non quella scomposta dei malpancisti. È una fronda organizzata, colta, identitaria, che parla il linguaggio della destra storica e non quello del governo. L’asse Vannacci-Alemanno, nato quasi per osmosi più che per una precisa strategia, sta diventando il punto di coagulo di un malessere che il governo Meloni non riesce più a contenere con la sola retorica dell’ordine e della stabilità.

Vannacci e la grammatica della destra

L’intervista di Roberto Vannacci al Foglio ha il pregio della chiarezza. Il generale non si è limitato a difendere Gianni Alemanno, lo ha accreditato come “talento”, come memoria storica, come riserva di senso. Ma soprattutto, ha “usato” l’ex sindaco di Roma come specchio per mostrare ciò che, a suo giudizio, Fratelli d’Italia non è più. “Fdi sembra una sinistra meno alla moda”, ha detto Vannacci. La destra che governa, secondo il leader di Futuro nazionale, ha smarrito la sua grammatica originaria, si è accomodata nel centrodestra come in un salotto, ha rinunciato a disturbare l’ordine costituito dei conservatori con il pallino dei conti a posto.

Alemanno e il tema scomodo dell’emergenza carceri

Se Vannacci ha colpito sul piano identitario, Alemanno ha affondato su quello civile. A 24Mattino su Radio 24, l’ex ministro delle Politiche Agricole e Forestali, da poco uscito da Rebibbia, ha raccontato un sistema penitenziario che definire “al collasso” è un eufemismo. La sua testimonianza non è un lamento personale: è un atto politico.

Il capo di “Indipendenza” ha ricordato che l’Italia è stata condannata più volte in sede europea per le condizioni disumane delle carceri. Ha rimarcato inoltre che la sicurezza non si costruisce “buttando via le chiavi”, ma riducendo la recidiva. La “sua” destra, ha sempre avuto un’idea di Stato che non coincide con la vendetta. È un discorso che mette in difficoltà Fdi e Lega, appiattiti su una linea securitaria che tiene conto quasi esclusivamente dei problemi degli agenti.

Teoremi e realtà

L’ombra lunga di Mafia Capitale accompagna Alemanno da anni. Ma le sentenze definitive hanno ridimensionato radicalmente il quadro. La Cassazione ha escluso la natura mafiosa dell’associazione e la corruzione a suo carico. Il presunto flusso di denaro da Salvatore Buzzi non è mai stato provato. Buzzi stesso ha sempre dichiarato di non aver mai pagato Alemanno, ammettendo invece tangenti verso altri dirigenti. Il risultato è un paradosso che pesa ancora. L’ex primo cittadino romano è stato trattato come un corrotto senza corruttori. Un’anomalia che non cancella le responsabilità politiche, ma che impone una riflessione sulla leggerezza con cui, in Italia, si costruiscono e si distruggono reputazioni.

Il nervo scoperto dell’atlantismo

Il passaggio più impattante dell’intervento di Alemanno ha riguardato la politica estera. L’Italia, a suo avviso, vive in una condizione di “sudditanza verso gli Stati Uniti. Non è anti-americanismo. Si tratta della rivendicazione di una lunga tradizione che ha sempre inteso il Belpaese come ponte nel Mediterraneo, interlocutore del mondo arabo e attore autonomo in un mondo multipolare.

Il caso Sigonella, con la premier trattata “come è stata trattata” dal presidente degli Usa Donald Trump, è diventato per l’ex colonnello di An la prova di una fragilità strutturale. Un tema che la destra di governo evita accuratamente, perché tocca il cuore del suo atlantismo acritico.

La sfida di Vannacci e Alemanno

Vannacci e Alemanno non stanno costruendo un’alternativa residuale. Stanno facendo qualcosa di più sottile e più destabilizzante, ricordando alla destra ciò che era, e ciò che potrebbe tornare a essere. Un’area politico-culturale che non si accontenta di governare, ma vuole interrogarsi. Una destra che non teme di criticare i propri leader e non rinuncia alla sua peculiare identità per degli strapuntini di governo e sottogoverno.

Giorgia Meloni e la sua cerchia stretta non possono ignorare a lungo quanto sta accadendo. Perché, come spesso accade, le fronde che contano non chiedono permesso. Si limitano a esistere. E così facendo, sgonfiano anche i salvagenti del cosiddetto “voto utile” di berlusconiana memoria.


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