L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

E se il divieto dei social per i minori fosse un bene?

di Adolfo Spezzaferro -


Il divieto dei social media ai minori deciso dall’Australia può apparire, a prima vista, come una misura severa e forse anacronistica in un mondo dominato dalle piattaforme digitali. Eppure, una proibizione così drastica merita un’attenzione meno ideologica e più pragmatica. Se l’obiettivo è proteggere una generazione cresciuta in un Far West multimediale di continuo bombardamento di contenuti senza filtri, allora l’ipotesi di regolamentare l’accesso ai social ha senso eccome.

Uno dei possibili effetti positivi riguarda il tempo, oggi più che mai prezioso. Una volta “liberati” dalla pressione costante della visibilità e dell’ansia di prestazione online, gli adolescenti potrebbero recuperare spazi di crescita più lenti e meno esposti al giudizio pubblico. Errori, imbarazzi, tentativi di definire la propria identità resterebbero confinati nella dimensione privata, come accadeva alle generazioni precedenti, invece di trasformarsi in tracce permanenti in rete. In una fase della vita in cui la personalità è ancora in costruzione, questo margine di protezione può fare la differenza.

Come non parlare poi della qualità delle relazioni. Ridurre l’uso dei social potrebbe favorire una socialità più concreta, fatta di incontri reali, conflitti gestiti faccia a faccia, amicizie che si consolidano lontano dagli schermi degli smartphone. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di educare alla conoscenza della sfera delle emozioni e di quanto sia importante mantenere una dimensione personale, privata. Senza che tutti vedano.

Peraltro il divieto australiano introduce una responsabilità nuova per le piattaforme, spostando il peso delle regole dalle famiglie alle aziende. L’ambiente digitale non è una giungla neutrale, ma uno spazio che può e deve essere regolato quando entra in contatto con i più giovani, e la responsabilità non ricade tutta su mamma e papà. Nessuna legge è perfetta e nessun divieto è una soluzione definitiva, lo sappiamo.

Tuttavia, l’esperimento australiano ha il merito di riportare al centro del dibattito un nodo cruciale: quanto siamo disposti a limitare la libertà immediata per garantire ai nostri ragazzi un futuro più equilibrato. In un’epoca in cui la tecnologia corre più veloce delle regole, anche un tentativo imperfetto può diventare un passo necessario verso una crescita più consapevole (e vale pure per gli adulti “controllori”).


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