Ecco qual è l’obiettivo del “blocco del blocco” di Trump a Hormuz
Al di là dei commenti da bar del tenore di “Trump è pazzo”, “Il presidente Usa va internato” a seguito dell’attacco del tycoon – tutt’altro che improvvisato – al Papa, c’è un’altra mossa del Potus che va analizzata. Certo, sentire il leader della più grande potenza mondiale attaccare Leone XIV come se fosse un suo pari suscita sdegno, perché è evidente la mancanza di senso della misura. E bene ha fatto il Pontefice a prendere le distanze dal capo della Casa Bianca – “Non sono un politico, parlo di Vangelo” – pur ribadendo con fermezza la sua richiesta di pace.
Ma tra le “trumpate” quotidiane è il “blocco del blocco” che merita più attenzione. Ieri è scattata la contro-chiusura Usa dello stretto di Hormuz, il blocco dei porti iraniani. Ecco, diciamo che con la “scusa” della guerra a Teheran, Trump sta attaccando in un colpo solo la Cina – superpotenza nemica – e gli alleati militari degli Usa dell’Indo-Pacifico come Corea del Sud, Taiwan e Giappone, che praticano una concorrenza sleale sul piano commerciale.
Ma il “blocco del blocco” è anche un avvertimento forte e chiaro agli alleati Usa nel Golfo, sempre più tentati dal passare dal petrodollaro al petroyuan. Quindi niente petrolio e niente gas alla Cina (secondo colpo dopo l’operazione Maduro, con il blocco venezuelano) così come agli alleati della regione, da un lato, e dall’altro stretta terribile per le petromonarchie del Golfo. Questo per dire che Trump fa il matto ma matto non è. Anzi.
Il punto è che ora la guerra, allo scadere della tregua (se non prima), dovrebbe (ri)scoppiare soprattutto per mare. Perché l’Iran ha già dimostrato che non ha alcuna intenzione di arrendersi. La crisi energetica pertanto sarà ancora più dura, nella logica del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. A maggior ragione dunque siamo nel solco di Leone XIV quando stigmatizza chi abusa del Vangelo, cercando di far passare l’attacco all’Iran come una guerra tra religioni.
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