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Torino

Federica Rosellini, la memoria e il ritorno: uno sguardo da un’altra prospettiva

di Redazione -


Federica Rosellini, classe 1989, è un’attrice, autrice e regista tra le più importanti del nostro tempo, straordinaria, se si chiede un parere a chi scrive questa intervista. Un’artista dotata di quel particolarissimo “spiritus” evocato da una voce quando sa mutare il suo stesso suono nel significato poetico, nell’essere visionaria al punto da trasformare in memoria eventi non ancora accaduti. La memoria è un tema d’anima principale in Federica Rosellini, un potente simbolo che non appartiene alla passività del semplice ricordo, ma all’elemento costitutivo della coscienza pubblica. La memoria è quel tema centrale che Cesare Pavese aveva individuato come unica fonte attraverso cui l’artista, il poeta, può ramificare universalmente.

In attesa di partire per la nuova tournée di “Ivan e i cani”, che toccherà il teatro Bobbio di Trieste il 10 e l’11 aprile, il teatro Cubo di Torino il 13 e il 14 aprile, il teatro Basilica di Roma dal 16 al 19 aprile, il teatro Morlacchi di Perugia il 22 e 23 aprile, e infine Rimini per il Supernova Festival, in programma il 7 maggio, Federica Rosellini si è raccontata a partire dal suo ultimo spettacolo, “iGIRL”, una performance che ha saputo portare il pubblico fino alla fine del tempo, e attraverso mille prodigi ricondurlo nella dimensione del ritorno, perché solo il ritorno consente racconto, memoria, narrazione, il rendere comune a chi osserva l’avventura di un tesoro, la sua ricerca, gli ostacoli, i misteri, ma anche la certezza che sotto qualche strato di terra, oltre i confini del conosciuto, nascosto, sepolto, il tesoro esiste.

Federica, quanto è presente la tua anima all’interno di questo personaggio che interpreti in “iGIRL”? Sembrava tutto così vero, perfino la struttura del teatro sembrava dissolversi attorno alla tua performance

“Posso dire di essere presente in tutte le componenti dello spettacolo. Interpreto una sorta di soggetto-oggetto che si definisce attraverso una coralità d’intenti. Quando sono io a firmare la regia dei miei lavori mi sento sempre esposta anche a livello personale, non soltanto come interprete. ‘iGIRL’ è parte della mia anima, è la voce che assume significato attraverso il corpo, i suoi gesti e le immagini che evocano. Per me è come percepirmi all’interno di quell’abbraccio totalizzante che dà forma a sentimenti ed emozioni che mi appartengono, e che appartengono a ognuno di noi”

Cosa ti porti dietro da questa tournée di “iGIRL” appena terminata e che ha riscosso grande successo in tutte le ultime date di Torino, Milano, Bolzano e Trento?

“Non è mai facile individuare con esattezza tutto ciò che porti dentro dopo una tournée così felice e ricca di soddisfazioni. Sicuramente l’affetto del pubblico, le tante persone che si sono perse e ritrovate con me e attraverso me, il successo di critica a fronte di un tema e di un ‘oggetto’ non facili, per nulla scontati. Mi porto dietro tutte le fasi di un percorso che è stato necessario attraversare, e nel cuore la piccola comunità di artiste che mi hanno accompagnato lungo questo cammino in equilibrio sul filo sopra l’abisso, e con cui avevo già collaborato. Con Monica Capuani, traduttrice insieme a Valentina Rapetti di ‘iGIRL’ di Marina Carr, c’è un rapporto di grande stima reciproca; con Elvira Berarducci, l’aiuto regista, collaboro ormai da quindici anni, siamo molto affiatate. Insomma, porto con me la tenerezza di questo spettacolo, l’oro del mazzo dei tarocchi cinquecenteschi che rende eterna in me questa memoria”

A breve inizierai la nuova tournée di “Ivan e i cani”, che farà tappa a Trieste, Torino, Roma, Perugia e Rimini. In questo spettacolo c’è una continuità con “iGIRL”? Un fil rouge…

“Considero ‘Ivan e i cani’ e ‘iGIRL’ una sorta di dittico incentrato sul tema della memoria, che è anche uno dei miei temi principali. In ‘Ivan e i cani’ la memoria è rappresentata dal suono, dalla musica che compongo sul palco e da alcune parti vocali registrate in russo, curate da mia madre. In scena c’è qualcosa che lega i due spettacoli anche visivamente: ‘Ivan e i cani’ si svolge su una sorta di ‘isola’ bianca, che certamente fa pensare alla strada dissestata di ‘iGIRL’. Se in quest’ultimo la memoria è evocata da un aspetto corale, visivo e visionario, in ‘Ivan e i cani’ il suono e la musica diventano il significato stesso della memoria, una memoria che personalmente assume anche un valore affettivo, provenendo da una famiglia di musicisti. Ciò che ha reso bellissima e intensa questa esperienza è stata anche la ricerca di strumentazione e sonorità appartenenti alla Russia degli anni Novanta, contesto storico in cui è inserito ‘Ivan e i cani’”.

Sei stata recentemente nominata condirettrice, insieme a Isabella Lagattolla, del Festival delle Colline Torinesi a partire dalla sua trentunesima edizione. Come approcci questa nuova avventura e quale sarà il tuo apporto?

“Vivo questo ruolo con molto entusiasmo, il Festival delle Colline Torinesi occupa un posto centrale nella scena teatrale nazionale e internazionale. Con Isabella intendiamo ridefinire e rinnovare la storica vocazione del Festival a esercitare uno sguardo dal margine. A partire dal nome stesso del Festival, la collina diventa così una figura concettuale, un punto di osservazione liminale rispetto al centro da cui leggere le trasformazioni del presente, ampliando le narrazioni e rendendo il Festival un luogo ancora più inclusivo e permeabile alla complessità del tempo che viviamo e abitiamo. Cercherò di portare me stessa, ciò in cui credo, la mia formazione, la necessità di guardare il tutto da una prospettiva differente per mandare un segnale di apertura, sempre più necessario, a immaginari nuovi e plurali sul mondo contemporaneo”

Gian Giacomo Della Porta ilTorinese.it


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