Giovani, addio posto fisso: il mercato del lavoro cambia
Il modello tradizionale di carriera con promesse di stabilità a 40 anni non esiste più
Addio posto fisso: non più una frase retorica, è la realtà dei giovani italiani, in un mercato del lavoro che cambia. Una svolta culturale e occupazionale in atto, dall’occupazione tradizionale verso forme fluide. Le vecchie certezze sono evaporate: il lavoro stabile non guida più scelte e progetti di vita.
Lavoro, la ricerca Orienta
Secondo una recente ricerca su 1.500 giovani tra 25 e 35 anni condotta da Orienta, l’85% degli intervistati ha accettato impieghi non in linea con le aspirazioni pur di fare esperienza. Solo il 15% ha detto “no”.
Questa scelta, non generata dall’entusiasmo. Nasce da fattori pragmaticI: è meglio lavorare anche se non è il lavoro dei sogni. Anche perché il modello tradizionale di carriera con promesse di stabilità a 40 anni non esiste più. La flessibilità non è un optional, è una necessità.
Numeri buoni ma….
Il mercato del lavoro italiano, peraltro, continua a migliorare sul piano numerico. Nel primo semestre del 2025, l’Osservatorio del mercato del lavoro dell’Inps aveva segnalato un saldo positivo di oltre 350mila nuove occupazioni e un forte contributo del tempo indeterminato (+325mila). Tuttavia i giovani sembrano tagliati fuori da questi numeri positivi.
Secondo l’Istat, infatti, nel 2025 l’aumento dell’occupazione ha riguardato soprattutto lavoratori con più di 35 anni, mentre gli under 35, specie nella fascia 25-34, non vedono una crescita convincente.
Cosa dicono i giovani
Nei fatti, in crisi profonda la promessa del posto fisso come traguardo di vita. I giovani non cercano più il lavoro perfetto. Cercano prospettive reali. Flessibilità è la nuova parola d’ordine. Ma questo comporta costi psicologici e sociali che spesso non sono discussi.
La stabilità non è più al primo posto nelle scelte lavorative. Secondo Orienta, solo il 18% dei giovani considera la stabilità una priorità quando valuta un’offerta. Al primo posto c’è l’ambiente di lavoro (32%), poi flessibilità e retribuzione (entrambi al 25%).
La vulnerabilità, la labour elasticity
Una nuova maturità lavorativa? I giovani vedono il lavoro come un percorso, non come un destino. Ma questa maturità porta con sé vulnerabilità. La linea tra vita professionale e privata è sempre più sfumata. Il 67% degli intervistati controlla le mail di lavoro anche fuori orario.
Una scelta precisa: si chiama labour elasticity. È la capacità di adattarsi, certo. Ma è anche la resa di una generazione alla precarietà. Non si tratta solo di smart working e freelance. È un quadro più ampio, che include tirocini prolungati, contratti brevi e lavoro digitale spesso non regolato.
In meno sul mercato
Se la generazione Z, e anche i Millennial, si spostano tra lavori, progetti, contratti a termine e part-time, c’è un’altra ragione strutturale. I giovani italiani sono sempre meno numerosi nel mercato del lavoro. A causa dell’invecchiamento demografico, la popolazione tra 25 e 34 anni è crollata da 8,5 milioni nel 2004 a circa 6,2 milioni oggi.
In pratica, il mercato che dovrebbe essere la porta d’ingresso al lavoro per i giovani perde potenza. Ci sono offerte, ma mancano candidati o la preparazione richiesta. E spesso i giovani italiani non trovano lavori stabili e ben remunerati nemmeno volendoli cercare.
Il ruolo dell’Ai
Un altro dato rilevante è quello relativo all’uso dell’intelligenza artificiale. Il 79% della Gen Z usa strumenti IA per sviluppare competenze professionali. Questo segnala che i giovani cercano anche il proprio modo di sopravvivere professionalmente, aumentando abilità in autonomia.
La crisi del posto fisso, anche una crisi di aspettative. I giovani non vogliono sopravvivere. Vogliono crescere e puntano a lavori che diano significato. Anche a costo di cambiare spesso occupazione.
Indietro in Europa e nel mondo
Tuttavia, la realtà economica italiana non rende semplice tradurre queste aspirazioni in benessere materiale. Secondo l’Istat, nonostante il miglioramento generale dell’occupazione, i salari reali non crescono adeguatamente, mantenendo molti lavoratori giovani in situazioni di reddito problematiche rispetto alla media europea.
Nel confronto internazionale, l’Italia resta sotto la media OECD per tasso di occupazione totale e per occupazione giovanile. Questo significa che anche in un quadro di mercato in crescita, i giovani affrontano ostacoli strutturali.
La formazione
La trasformazione del lavoro, quindi, non solo come un fenomeno culturale. Il segno di un mercato che evolve più velocemente delle politiche di protezione sociale. Le forme tradizionali di welfare legate al lavoro dipendente non sempre si adattano alle nuove traiettorie lavorative. Il risultato, una generazione che accetta l’incertezza come condizione permanente.
Al centro di questo fenomeno, pure l’adeguatezza della formazione. L’88% dei giovani sostiene che l’università non prepara adeguatamente al mercato del lavoro. Senza competenze realmente spendibili, è difficile costruire percorsi solidi e coerenti.
La precarietà
A livello macroeconomico, questa dinamica ha conseguenze significative. Se una generazione perde fiducia nel lavoro stabile e si adatta alla precarietà, l’effetto cumulativo può essere una riduzione della capacità di spesa, un aumento della mobilità internazionale dei talenti e una minore partecipazione civica.
In Italia, con una crescita economica lenta e la produttività stagnante, questa trasformazione può aggravare problemi già noti. Non solo contratti e numeri. Una questione incentrata su come una società organizza il proprio futuro.
Cosa vogliono
Insomma, il posto fisso non è morto per moda. Ha perso valore perché non è più sostenibile in un mercato globalizzato, digitale e fluido. Perciò, la necessità di politiche del lavoro più dinamiche, per riconoscere queste trasformazioni e dare risposte concrete ai giovani che non vogliono solo lavorare. Vogliono vivere bene.
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