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Giovani “fuori fuoco” e poveri due volte

Il rischio di esclusione sociale per la fascia tra gli 11 e i 19 anni

di Angelo Vitale -


Giovani poveri due volte: sono lì, ogni mattina, dietro i banchi di scuola, lo zaino pronto, ma il loro futuro resta fuori fuoco. Non sono invisibili nei registri, ma nei percorsi educativi e formativi: sono quelli fuori dai radar, quella quota di ragazzi tra gli 11 e i 19 anni che formalmente frequentano la scuola ma vivono condizioni di povertà educativa tali da minare competenze, partecipazione culturale e prospettive di vita.

Numeri che non lasciano spazio a equivoci: la povertà educativa in Italia è un fenomeno reale, crescente e direttamente collegato alle condizioni socio-economiche in cui le famiglie vivono.

Giovani fuori dai radar, poveri due volte

Secondo l’Istat, nel 2024 il 26,7% dei minori italiani risultava a rischio di povertà o esclusione sociale, con valori che schizzano fino al 43,6% al Sud e nelle Isole. Più di un giovane su quattro vive in un ambiente con insufficienti risorse economiche, culturali e sociali.

Non solo questione di reddito. Una povertà educativa misurata anche in termini di opportunità mancate: nel 2023 oltre il 70% di bambini e ragazzi tra i 3 e i 19 anni non è mai andato in una biblioteca e il 39,2% non ha praticato sport. Indicatori chiari di una deprivazione che investe anche le fasce adolescenziali, dove l’accesso ad attività extrascolastiche, corsi di sostegno, laboratori e spazi culturali diventa cruciale per la crescita personale.

Una povertà educativa intrinsecamente legata a quella materiale e sociale delle famiglie. Nel 2023 il 14% dei minori viveva in povertà assoluta, un livello mai raggiunto dal 2014. L’effetto combinato di scarsa disponibilità economica e opportunità formative limitate si traduce in risultati scolastici preoccupanti. Secondo l’Invalsi 2024, il 12% degli studenti delle scuole medie e il 15% degli studenti delle superiori hanno competenze insufficienti in italiano e matematica. In alcune province meridionali, la quota supera il 25%.

Questo quadro si riflette anche sui dati Eurostat: tra i giovani 15-29 anni, il 15,2% è Neet: non studia, non lavora e non è in formazione, con punte fino al 23% nel Mezzogiorno. Non ragazzi “inattivi” per scelta, ma un fenomeno che nasce dall’incapacità del sistema di garantire percorsi educativi e opportunità di inclusione reale.

Manca un monitoraggio integrato

L’assenza di monitoraggio integrato aggrava il problema. Nessun flusso sistematico collega reddito familiare, fragilità sociale e percorsi scolastici. Manca un quadro unitario per intervenire in anticipo sui segnali di rischio. Risorse esistenti ma con una distribuzione frammentata tra Stato,

Regioni e singoli istituti. Viene compromessa la continuità educativa, lasciando i ragazzi in una condizione di rischio spesso invisibile fino all’uscita dal ciclo di studi.

Qui il sistema va fuori fuoco. Lo Stato dispone già di una delle banche dati sociali più capillari d’Europa: quella dell’Inps. Redditi, composizione familiare, presenza di minori, accesso o esclusione dai sostegni: informazioni note e aggiornate. Dati, però, non incrociati in modo sistematico con gli indicatori educativi. Nessun meccanismo automatico collega la condizione economica delle famiglie ai segnali di fragilità che emergono nelle scuole secondarie.

Il risultato, un paradosso amministrativo. Famiglie monitorate sul piano del reddito, ragazzi lasciati soli sul piano educativo. Una generazione fuori fuoco, che lo Stato vede ma non riesce a proteggere.


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