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Politica

Gli under 30: al voto “nonostante tutto”

La fisicità di un diritto che, nel 2026, l'Italia quasi costringeva ancora a una prova di resistenza muscolare e finanziaria

di Angelo Vitale -


Il voto degli under 30, la cronaca di una generazione che ha aggirato il silenzio passando dalle stazioni ferroviarie per arrivare ai seggi. Nel referendum del 22 e 23 marzo una mobilitazione under 30 tutta ancora da studiare. Mentre il Paese discuteva di riforme, migliaia di giovani sono arrivati ad “hackerare” il sistema elettorale tra biglietti ferroviarie scontati e nomine last-minute come rappresentanti di lista.

Under 30 al voto

Le analisi che verranno nei prossimi giorni potranno confermare o smentire questa fotografia o ridurre percentualmente il dato. Un trend che ancora non c’è, nei dati ufficiali del Viminale. È quello dei treni che hanno attraversato la dorsale appenninica, carichi di passeggeri con lo zaino in spalla e la tessera elettorale che spuntava dalle tasche laterali.

Non il solito rientro dei lavoratori pendolari ma la fisicità di un diritto che, nel 2026, l’Italia quasi costringeva ancora a una prova di resistenza muscolare e finanziaria.

Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia – un tema ostico, ancora lo si può dire dopo un’affluenza simile a quella delle Politiche? – si chiude lasciando in eredità un dato che i sondaggi pre-elettorali avevano solo parzialmente intercettato: il “fermento” degli under 30.

Non un fermento ideologico

Sincolando l’analisi dall’esito finale — un Paese spaccato quasi a metà tra la spinta riformatrice e la conservazione dello status quo — nei numeri della partecipazione “faticosa”. Secondo le rilevazioni di YouTrend per Sky TG24, un segmento 18-34 anni polarizzato, con una propensione al voto superiore di circa 4 punti percentuali rispetto alla media nazionale nelle grandi aree urbane.

Poi, a parlar chiaro, le indiscrezioni sui numeri dei biglietti con la “tariffa elettore” che – pare – hanno visto una corsa al ticket (i dati reali saranno disponibili solo dal 2 aprile). In un Paese che non ha ancora reso strutturale il voto fuorisede per le consultazioni referendarie dimenticando lo slancio delle Europee 2024, il ritorno a casa è diventato l’unico rito possibile.

Sottotraccia, un fenomeno ancora più interessante dal punto di vista del costume sociale. Migliaia di studenti hanno “hackerato” il sistema utilizzando l’unico grimaldello legale a disposizione: la nomina a rappresentante di lista. Non un segnale di militanza vecchio stampo.

Per moltissimi giovani domiciliati a Milano, Roma o Bologna ma residenti a centinaia di chilometri di distanza, diventare il “garante” di un seggio è stata la strategia di sopravvivenza civile per votare. Una partecipazione che nasce da un disservizio: la democrazia italiana, incapace di digitalizzarsi o di permettere il voto per corrispondenza interna, ha prodotto una nuova figura di “volontario per necessità”.

Una campagna referendaria fuori dai tradizionali social

Nelle settimane scorse, la percezione pubblica parlava di una campagna fredda, quella privata diceva l’esatto contrario. Poco letta, un’attività febbrile all’interno dei micro-canali: non i post pubblici su Facebook, ormai deserti, ma i gruppi Telegram universitari e i server Discord.

Qui, un dibattito fuori dai binari del “tifo” televisivo. Nell’accesso ai portali di fact-checking la generazione Z ha cercato contenuti tecnici, infografiche sulla separazione delle carriere o sulla composizione del Csm, con una durata media della sessione superiore del 40% rispetto alla fascia over 50. Una ricerca di competenza che legittima il risultato elettorale, qualunque esso sia, perché figlio di una scelta ponderata e non di uno slogan recepito passivamente.

Finisce il mito dell’apatia dei giovani?

Nelle notizie pubblicate oggi, quindi, non solo un’Italia che si sveglia con una nuova geografia del diritto. La percezione di questo referendum non può essere ridotta alla vittoria di uno schieramento. La vera notizia, forse, la sempre auspicata fine del mito dell’apatia giovanile.

Se gli under 30 hanno votato in massa, lo hanno fatto sfidando un sistema che sembrava disegnato per scoraggiarli. Hanno cercato biglietti ferroviari, hanno dormito sui divani di amici per essere puntuali all’apertura dei seggi, hanno studiato perfino i commi di una riforma complessa.

Questa non è la narrazione di un “successo” politico di parte, ma la cronaca di una legittimazione dal basso. Una partecipazione al voto conquistata centimetro dopo centimetro da chi, per anagrafe, ha più futuro da investire in queste scelte. Già ieri, la conta delle conseguenze politiche. Oggi, però, un dato di fatto. Gli under 30 non sono stati fuori dal mondo. Sono stati, paradossalmente, il cuore pulsante di un seggio che non li aspettava.


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