Governo allo specchio

di Domenico Pecile & Ivano Tolettini

Edraw Max Pro 

Un derby veneto sulla ruota della giustizia. L’ex pm che schiaffò in galera il forzista Giancarlo Galan nella “retata storica” del Mose e l’avvocata rotale, berlusconiana di ferro, reduce dalla presidenza del Senato. Carlo Nordio e Maria Elisabetta Alberti, sposata Casellati, se la giocano per diventare ministro della Giustizia nel Meloni 1. Lui di Treviso, anche se ha lavorato sempre in procura a Venezia fino alla pensione nel 2017; lei originaria di Rovigo, anche se trapiantata a Padova dove ha lo studio. Ieri sera era in vantaggio Nordio nella casella del Guardasigilli, su un terreno esplosivo soprattutto dopo lo strappo di Berlusconi sul caso Putin. Il Cavaliere ha ripetuto che quel ministero debba essere ricoperto dall’ex presidente del Senato, ma chi le è succeduto, La Russa, ha invece blindato Nordio. Un terreno minato perché i loro percorsi si sono già incrociati collocandoli su fronti opposti. L’ultima volta è stato in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica. A gennaio il nome di Nordio fu inserito dalla Meloni nella terna dei candidati da sottoporre alle altre forze politiche, poi FdI – che all’epoca aveva uno scarso peso in Parlamento – lo votò come candidato di bandiera. E pensare che lo scorso 11 giugno, dal Teatro Goldoni di Venezia, Nordio ha ripetuto che “un magistrato non deve fare politica, né deve candidarsi prima, durante e dopo”. E giù applausi del pubblico. Salvo poi farsi eleggere tre mesi dopo in Parlamento con FdI. Da parte sua, anche la Casellati fu immolata, come altri candidati del centrodestra, sull’altare del pressappochismo politico-strategico di Salvini. Ma il vero nodo della contrapposizione tra Meloni e Berlusconi, e quindi tra Nordio e Casellati, ha origini più lontane. Appunto afferisce all’attività di magistrato. Tutti lo ricordano per essere stato in prima fila nelle inchieste sulle Brigate rosse, prima di occuparsi della “Mani Pulite” veneta nel 1994. Ma il suo nome, come procuratore aggiunto, è legato all’inchiesta sul Mose, quando disse: “Quanta avidità, la vicenda del Mose è stata peggio di Tangentopoli. È stato un intervento doveroso che ha scoperchiato sprechi da far piangere e un sistema di corruzione capillare”. L’inchiesta portò alla cattura di Galan, tra i fondatori di Forza Italia, potente Doge per 15 anni, prima di diventare ministro. Dopo il patteggiamento è scomparso dalla scena. Casellati ha una lunga carriera politica iniziata nel 1994 a Cittadella, con Galan che si dichiarò orgoglioso di averla accompagnata al suo esordio. “Lei volle partecipare anche al funerale di mia mamma – aggiunse -, una scelta coraggiosa quando tutti mi evitavano”. Ma oggi per lei, cattolica conservatrice, quell’investitura di Galan è politicamente scorretta. E forse ha spostato la bilancia della giustizia verso Nordio. “Tutti sanno che sono un liberale radicale – dice l’ex pm – e quando la Meloni mi chiese di candidarmi al Qurinale disse di volere puntare su una persona che, anche simbolicamente, dava un messaggio di evoluzione del suo stesso partito”.

di Domenico Pecile & Ivano Tolettini

Edraw Max Pro 

Un derby veneto sulla ruota della giustizia. L’ex pm che schiaffò in galera il forzista Giancarlo Galan nella “retata storica” del Mose e l’avvocata rotale, berlusconiana di ferro, reduce dalla presidenza del Senato. Carlo Nordio e Maria Elisabetta Alberti, sposata Casellati, se la giocano per diventare ministro della Giustizia nel Meloni 1. Lui di Treviso, anche se ha lavorato sempre in procura a Venezia fino alla pensione nel 2017; lei originaria di Rovigo, anche se trapiantata a Padova dove ha lo studio. Ieri sera era in vantaggio Nordio nella casella del Guardasigilli, su un terreno esplosivo soprattutto dopo lo strappo di Berlusconi sul caso Putin. Il Cavaliere ha ripetuto che quel ministero debba essere ricoperto dall’ex presidente del Senato, ma chi le è succeduto, La Russa, ha invece blindato Nordio. Un terreno minato perché i loro percorsi si sono già incrociati collocandoli su fronti opposti. L’ultima volta è stato in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica. A gennaio il nome di Nordio fu inserito dalla Meloni nella terna dei candidati da sottoporre alle altre forze politiche, poi FdI – che all’epoca aveva uno scarso peso in Parlamento – lo votò come candidato di bandiera. E pensare che lo scorso 11 giugno, dal Teatro Goldoni di Venezia, Nordio ha ripetuto che “un magistrato non deve fare politica, né deve candidarsi prima, durante e dopo”. E giù applausi del pubblico. Salvo poi farsi eleggere tre mesi dopo in Parlamento con FdI. Da parte sua, anche la Casellati fu immolata, come altri candidati del centrodestra, sull’altare del pressappochismo politico-strategico di Salvini. Ma il vero nodo della contrapposizione tra Meloni e Berlusconi, e quindi tra Nordio e Casellati, ha origini più lontane. Appunto afferisce all’attività di magistrato. Tutti lo ricordano per essere stato in prima fila nelle inchieste sulle Brigate rosse, prima di occuparsi della “Mani Pulite” veneta nel 1994. Ma il suo nome, come procuratore aggiunto, è legato all’inchiesta sul Mose, quando disse: “Quanta avidità, la vicenda del Mose è stata peggio di Tangentopoli. È stato un intervento doveroso che ha scoperchiato sprechi da far piangere e un sistema di corruzione capillare”. L’inchiesta portò alla cattura di Galan, tra i fondatori di Forza Italia, potente Doge per 15 anni, prima di diventare ministro. Dopo il patteggiamento è scomparso dalla scena. Casellati ha una lunga carriera politica iniziata nel 1994 a Cittadella, con Galan che si dichiarò orgoglioso di averla accompagnata al suo esordio. “Lei volle partecipare anche al funerale di mia mamma – aggiunse -, una scelta coraggiosa quando tutti mi evitavano”. Ma oggi per lei, cattolica conservatrice, quell’investitura di Galan è politicamente scorretta. E forse ha spostato la bilancia della giustizia verso Nordio. “Tutti sanno che sono un liberale radicale – dice l’ex pm – e quando la Meloni mi chiese di candidarmi al Qurinale disse di volere puntare su una persona che, anche simbolicamente, dava un messaggio di evoluzione del suo stesso partito”.

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