Il referendum usato come arma politica: ma stavolta non attacca
Inutile negarlo: il referendum sulla magistratura arriva in un momento in cui la politica italiana è attraversata da tensioni che vanno ben oltre il quesito tecnico. La situazione economica, in un contesto internazionale sempre più instabile, è quella che è: il caro carburanti, l’inflazione e la percezione di un potere d’acquisto in calo influenzano inevitabilmente l’umore del Paese. Non a caso l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sta facendo il possibile per evitare speculazioni e il decreto legge – approvato nello scorso Consiglio dei ministri – per contrastare l’impennata dei costi energetici con un taglio delle accise di 25 centesimi al litro, va esattamente in questa direzione.
A rendere il quadro ancora più complesso è lo scenario geopolitico Le tensioni in Medioriente contribuiscono non solo ad alimentare instabilità sui mercati energetici ma anche timori per la sicurezza globale. In un contesto del genere, è inevitabile che anche il dibattito si inasprisca e si carichi di significati che non appartengono al merito della riforma: le opposizioni e il fronte del No stanno spingendo più o meno velatamente affinché il voto venga letto come un test politico per l’esecutivo. Ma è evidente che ridurlo a un giudizio sul governo rischia di essere fuorviante.
La stessa presidente del Consiglio ha chiarito che un’eventuale vittoria del No non comporterebbe le sue dimissioni: ovviamente un referendum non è uno strumento per determinare la caduta di un governo. Non lo è formalmente e non lo è sostanzialmente. Dunque, chi pensa di usarlo come scorciatoia per “mandare a casa” Meloni rimarrà deluso. E confondere i piani non aiuta a chiarire le scelte: piuttosto, il rischio è quello di trasformare una riforma attesa da anni in un contenitore di malcontento generale, dove finiscono per confluire tensioni e divisioni politiche rendendo il voto meno consapevole. In un momento in cui servirebbe esattamente il contrario.
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