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Esteri

Il report della sconfitta: perché Trump ha vinto secondo una ricerca del Comitato Nazionale Democratico

di Cinzia Rolli -


Il Comitato Nazionale Democratico ha pubblicato quella che ha definito la sua “autopsia”, completa e senza censure, delle elezioni presidenziali del 2024 a seguito delle sempre più crescenti pressioni subite dal presidente Ken Martin che teneva segreto il rapporto da tempo.

La tardiva comunicazione ha portato ad una perdita di fiducia nei suoi confronti da parte dei principali democratici e di gruppi di attivisti indipendenti.

All’inizio Martin aveva dichiarato di non voler procedere alla pubblicazione dell’analisi della sconfitta elettorale presidenziale per concentrarsi sulle nuove elezioni di metà mandato del 2026 e unificare il partito dall’interno.

Perché parlare di cosa è andato storto nel 2024 e non concentrarsi invece sulla riconquista della Casa Bianca nel 2028?

Alla fine, però, il presidente ha diffuso le notizie richieste ma prendendo le distanze dal rapporto inoltrato e dalle conclusioni in esso contenute.

Martin ritiene infatti che il report sia insufficiente, pieno di errori e privo di una sezione conclusiva. Per questo da considerarsi non soddisfacente e incompleto.

Proprio per questo motivo al suo interno è stata inserita una dichiarazione finale di non responsabilità piuttosto insolita: l’affermazione, cioè, che il testo riflette le opinioni dell’autore e non del DNC.

Scrive a tal proposito Ken Martin: “Al DNC non è stato fornito il materiale delle fonti, le interviste o i dati a supporto di molte delle dichiarazioni e quindi non può verificare in modo analitico i contenuti presentati”.

Il presidente ha anche incontrato diverse difficoltà nell’accumulare una buona base finanziaria per il Partito Democratico.

Mentre il Comitato Nazionale Repubblicano ha riferito di avere 124 milioni di dollari in contanti a disposizione e senza debiti, il DNC ha dichiarato di avere meno di tre milioni di dollari dopo aver riconosciuto anche 17 milioni di debiti.

Martin ha fatto del report il fulcro della sua corsa alla presidenza del DNC e ha ingaggiato un forte alleato per redigerla: Paul Rivera, un veterano del partito democratico che però non lavorava ad una campagna presidenziale da più di due decenni.

Rivera ha lavorato part time al progetto e a rilento. Non ha intervistato Biden, Harris o il governatore del Minnesota Tim Walz. Inoltre ha visto il gruppo pro-palestinese IMEU Policy Project nel luglio 2025 informandoli che la guerra a Gaza aveva danneggiato i democratici nelle elezioni del 2024. Ma il rapporto non ne parla.

Il report dipinge con toni cupi il partito, dopo la schiacciante sconfitta contro il Presidente Trump, che ha vinto ogni Stato chiave nella sua corsa al collegio elettorale.

I democratici si sono dimostrati, invece, incapaci di proiettare forza, unità e leadership e gli elettori si sono allontanati.

La pubblicazione del rapporto di 192 pagine mancante delle notizie che davvero contano e perciò scarno, ha aumentato l’attenzione sulla figura di Martin, già sotto pressione a causa di una crisi di fiducia interna.

Un funzionario del partito democratico ha definito il report una ferita autoinflitta. Ma il presidente si è sentito alle strette per lungo tempo e alla fine ha dovuto rendere pubblico lo studio.

Gruppi liberali come RootsAction, infatti, inondavano gli agenti del DNC di migliaia di email per avere notizie sul rapporto e ed altri attivisti iniziavano a parlare di complotto, ipotizzando che lo scritto contenesse rivelazioni tali da non poter essere rese pubbliche.

Scopo principale dello scritto era capire perché i Democratici hanno perso le elezioni e spingere il partito verso un approccio diverso per ottenere un risultato vincente per il futuro. Ma senza un resoconto completo e onesto della campagna elettorale non si può realizzare un valido progetto per gli anni successivi.

Alla fine vengono comunque indicate cinque motivazioni per le quali la campagna elettorale democratica è fallita: il disincanto degli elettori. Sono stati persi infatti ben 6,8 milioni di votanti che hanno sostenuto Biden nel 2020; la decisione disastrosa dell’ex presidente di ricandidarsi e il suo rifiuto di farsi da parte in tempi brevi; l’abbandono della classe operaia e la scelta di perseguire gli interessi di importanti aziende; la mancanza di proposte positive; il non incontrare le aspettative dei giovani elettori nella fascia di età compresa tra i 18 e i 29 anni.

Ignorando questioni cruciali come l’impatto della guerra a Gaza e il peso dell’inflazione percepita dai cittadini, il documento rischia di fallire nel suo compito principale: capire il passato per modificare il futuro. Se la leadership Dem non troverà il coraggio di una vera autocritica, la strada per le prossime elezioni rischia di essere una faticosa salita.


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