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Cronaca

Il suicidio di Paolo Mendico e il ruolo della scuola

di Priscilla Rucco -


Era un ragazzo “normale” Paolo Mendico, a giudicare da fuori: buono a scuola, sereno in famiglia, ma con qualche difficoltà, come tutti. Ma a causa dei bulli nell’ambito scolastico dentro di sé è nata ansia, disperazione e solitudine. Forse un’idea suicida che diventa ossessione e viene vista come l’unica via di uscita da quel dolore, da quella cattiveria nata da quattro compagni di classe in particolare, ma che andava avanti da anni. Il peso divenuto insostenibile di essere un giovane bullizzato lo ha spinto a farla finita. Le ricerche lo confermano continuamente: il suicidio è diventato una delle principali cause di morte tra i giovani in Italia – e lo ribadiamo da tempo -. La Sinpia – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza – segnala che nella fascia che va dai 15 ai 29 anni il suicidio è la principale causa di morte in Europa. In Italia sarebbero circa quattromila i morti per suicidio ogni anno. Nel mondo sono oltre 700mila. Il numero sale tra gli adolescenti con comportamenti autolesivi, disturbi dell’umore ed isolamento sociale – tutti segnali ignorati fino al punto di non ritorno -. Il rapporto OCSE segnala che tra gli under 20 l’aumento di depressione e ansia si attesti intorno al 20 per cento. Paolo apparteneva a quella categoria che non fa notizia finché non avviene il dramma. Ma la famiglia aveva sollevato numerose volte il problema alla scuola. Denunce inascoltate.

Chi avrebbe potuto fermare Paolo?

Certamente la sua famiglia, il suo cerchio più vicino, ma anche le istituzioni scolastiche. La scuola dovrebbe formare gli adolescenti sulla capacità di adattamento; integrare i servizi di consultorio per la salute mentale sul territorio; consentire l’aggiornamento continuo di docenti e staff sulle dinamiche preesistenti al suicidio per supportarne coloro che, per storie personali, siano in difficoltà. Lo sviluppo di reti operative a sostegno dei giovani in situazione di emergenza può essere di estrema importanza, sia per coloro che abbiano tentato il suicidio che per quelli che ne siano gravemente a rischio. È altresì necessario garantire un supporto diretto anche attraverso la semplice indicazione di strutture deputate a fornire l’opportuna assistenza quali i centri di accoglienza e di ascolto; di interventi atti a ridurre il contagio in un contesto di “suicidi a grappolo”. L’incontro in aula con una figura di rifermento competente, può servire a recuperare la fiducia in sé per imparare a misurarsi con le avversità che, nella mancanza di una relazione sociale vera e genuina, possono apparire insormontabili.

Il ruolo della scuola

La scuola dovrebbe fornire un miglior supporto sociale alle persone a rischio o affette da disturbi mentali; in particolare, è necessario formare i docenti e il personale scolastico sulle modalità di identificare ed affrontare gli studenti fragili, soprattutto provenienti da contesti sociali svantaggiati, sia economicamente che culturalmente. Gli interventi di formazione per il personale scolastico – docente e non docente, tutor, insegnanti, amministratori o addetti alla mensa scolastica -, chiunque si trovi nella situazione di osservare ed interagire con i giovani, migliorano le capacità relazionali del personale scolastico nel rapporto con gli studenti in crisi. Non si pretende che il personale si sostituisca a figure professionali per la Salute Mentale, ma sarebbe opportuno che in ogni scuola ci fossero operatori di riferimento che hanno ricevuto una formazione approfondita e che, successivamente, collaborino per la realizzazione di progetti di informazione che coinvolgono tutto il personale scolastico. L’aggiornamento professionale, consapevole e di rilievo, consente di affiancare le figure specialistiche preposte alla salute mentale attraverso specifici operatori interni alla scuola con i quali avviare progetti di informazione che si traducono in azioni operative efficaci.


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