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Politica

Il voto anticipato fa paura solo alle opposizioni, Meloni ne uscirebbe di nuovo vincitrice

di Eleonora Manzo -


In Italia, ogni volta che si apre un’urna, qualcuno decreta la fine del governo. È una passione tutta nazionale: leggere i referendum come se fossero oroscopi politici. È bastato che vincesse il ‘No’ perché il centrosinistra indossasse subito gli abiti della riscossa, parlando di ‘svolta’, ‘messaggio al governo’, ‘vento nuovo’. Peccato che il vento soffi sempre nella stessa direzione: Giorgia Meloni resta saldamente al comando, e l’Italia – nonostante i titoloni e i brindisi prematuri – non ha cambiato idea.

Il referendum, diciamolo chiaro, non è un voto politico. È un pronunciamento tecnico su un argomento complesso, che interessa i giuristi molto più dei baristi. Ma il fronte anti-governativo, a corto di veri argomenti, prova a trasformarlo nell’ennesimo sondaggio sulla tenuta del premierato. Solo che Meloni non si scompone: va avanti, governa, macina atti e numeri economici che, piaccia o no, restano solidi. La sua coalizione, pur tra mugugni e gelosie di cortile, non ha alcun interesse a staccare la spina: nessuno là dentro vuole scoprire se fuori dal governo fa più freddo.

E anche se davvero si aprisse la pista del voto anticipato – più come ipotesi letteraria che politica – non cambierebbe granché. Meloni non si presenterebbe ai cittadini da premier dimissionaria, ma da leader di un blocco consolidato, forte del lavoro fatto e dei dossier finalmente chiusi. Anzi, paradossalmente, un anticipo di urne potrebbe persino rafforzarla: il suo volto da ‘decisionista con cronometro’ continua a sedurre un elettorato che, stanco delle chiacchiere, riconosce istintivamente chi sa tenere il volante nelle curve difficili. Altro che governo in bilico.
Il punto vero è che non c’è alternativa credibile al momento. Le opposizioni litigano sulle regole del gioco prima ancora di entrare in campo. L’agenda di governo, invece, procede: migranti, energia, Pnrr, patto di stabilità, con tutti i limiti del caso ma anche con una chiarezza d’intenti che fa impallidire i governi di transizione del passato.

Così, mentre in tanti si affannano a leggere il referendum come un oracolo, la Meloni continua a fare politica reale: si muove tra i dossier europei, difende le riforme italiane e, intanto, costruisce consenso con la calma di chi sa che la durata non si misura in settimane ma in strutture.
In fondo, la vera notizia è che il governo non deve sopravvivere: deve semplicemente continuare. E lo farà. Perché il referendum passerà, le urne prima o poi arriveranno, ma la narrativa del ‘Meloni al capolinea’ resterà sospesa nel limbo delle previsioni sbagliate. La verità è più semplice e più ostinata: questo esecutivo non cade. E se anche cadesse, lo farebbe come certe fenici che non muoiono mai davvero – si rialzano dal voto anticipato più forti di prima.


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