L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Iran, il conflitto tra dinieghi e smarcamenti per Donald Trump

Non è la guerra lampo che gli Usa si aspettavano

di Ernesto Ferrante -


Dopo 17 giorni di guerra l’Iran non ha ceduto e la struttura di potere che lo guida non è stata rovesciata. I risultati militari elencati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump possono essere considerati parziali, non avendo prodotto gli effetti politici più volte evocati da lui e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, suo socio alla pari in questa avventura bellica dagli effetti disastrosi per i consumatori di tutto il mondo. Teheran continua a dimostrarsi in grado di mettere sotto pressione i mercati energetici globali ostacolando il traffico navale nello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui transitano petrolio e gas del Golfo. La leadership iraniana, inoltre, controllerebbe ancora circa 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito.

Gli errori di Trump e la resistenza dell’Iran

Trump mirava a chiudere più in fretta possibile il conflitto, ma l’operazione non gli è riuscita. Nel frattempo, cresce la pressione del suo stesso partito per tornare a concentrarsi sull’agenda iniziale in vista delle elezioni di midterm. Suzanne Maloney, vice presidente e direttrice del programma di Politica estera della Brookings Institution ha parlato di divario “tra i successi militari ottenuti sul campo e la capacità di Washington di neutralizzare davvero l’Iran come minaccia regionale”. Ad oggi, infatti, è la Repubblica islamica iraniana ad avere le “leve” per dettare la data di fine delle ostilità. Negli Usa, gli analisti non allineati stanno utilizzando l’espressione “catastrofe strategica”.

La morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, ucciso nella prima ondata di attacchi il 28 febbraio, ha spianato la strada alla successione del figlio Mojtaba, più duro e radicale nelle sue posizioni. Un esempio concreto del cambio di linea è la nomina come suo nuovo consigliere militare dell’ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, Mohsen Rezaei.

La coalizione per riaprire lo Stretto di Hormuz non decolla

L’Iran è una “tigre di carta”, ha tuonato Donald Trump alla Casa Bianca, minimizzando la resistenza iraniana, mentre con il passare delle ore aumentavano i “disertori” della coalizione da lui immaginata per riaprire lo Stretto di Hormuz. Le minacce trumpiane di effetti sulla Nato hanno portato ad oggi a un unico risultato: quello di far nascere delle spaccature tra l’Ue e l’Occidente e anche nella stessa Unione. Il fronte non è affatto compatto. Preoccupano le conseguenze.

I rifiuti europei

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha escluso la partecipazione del suo Paese alla guerra contro l’Iran: “Non abbiamo il mandato delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea o della Nato richiesto dalla Legge Fondamentale. È stato dunque chiaro dall’inizio che questa guerra non è una questione che riguarda la Nato”, ha affermato nel corso di una conferenza stampa a Berlino. In precedenza, il portavoce del governo tedesco, Stefan Kornelius, aveva già provveduto a far sapere che Berlino non avrebbe preso parte a operazioni per “liberare” il passaggio di Hormuz.

Il capo della diplomazia europea Kaja Kallas al termine del Consiglio affari esteri ha chiuso la porta alla modifica del mandato della missione Aspides. La stessa cosa ha fatto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani.

La posizione della Gran Bretagna

Smarcamento parziale di Londra. “Non ci lasceremo coinvolgere in una guerra più ampia”, ha tagliato corto il premier britannico Keir Starmer da Downing Street, illustrando quali sono le priorità del suo governo nell’affrontare la crisi internazionale determinata dalla aggressione israelo-americana all’Iran.

Rispetto all’azione per favorire il transito delle navi, il primo ministro laburista ha precisato che “non sarà e non è stato mai pensato come una missione della Nato”. Il suo “piano sostenibile e collettivo” prevede un’alleanza di partner sia in Europa che nel Golfo, oltre agli Usa.

La linea francese

In bilico è la posizione della Francia. Rispondendo a una domanda sul ruolo di Parigi, Trump ha detto: “Penso che aiuterà”. Il capo della Casa Bianca ha avuto un colloquio telefonico con il presidente francese Emmanuel Macron. “Su una scala da 0 a 10, lui è stato da 8. Non la perfezione, ma è la Francia, non ci aspettiamo la perfezione”, ha chiosato il presidente statunitense, dando ancora una volta i “suoi” numeri. Quelli della guerra sono da brividi, e tutti con il “meno” davanti.


Torna alle notizie in home