Italia-Norvegia, la Nazionale e la vecchia storia della crisi d’identità
La sconfitta per 1-4 contro la Norvegia non è solo un risultato pesante: è un nuovo capitolo nella crisi d’identità della Nazionale. L’Italia incassa quattro gol in casa per la prima volta dal 1955 e ripropone, come un disco rotto, gli stessi difetti che accompagnano da mesi il cammino verso il Mondiale. Di fronte a una Norvegia organizzata, atletica e guidata da un Haaland devastante, gli azzurri hanno mostrato tutti i loro limiti: tecnici, tattici e soprattutto mentali.
Una squadra senza protagonisti
Manca leadership, riferimenti, anima: il dato più inquietante non è il punteggio, ma l’assenza di personalità. L’Italia parte bene, crea, prova a costruire, ma non appena la Norvegia trova il pari, la squadra si spegne: nessuno alza la voce, nessuno trascina, nessuno rompe il ritmo avversario. In questa Nazionale non emergono protagonisti, né in fase offensiva né in quella di lettura della partita. Manca un leader tecnico e ed emotivo: due vuoti che diventano voragini quando aumenta la pressione e la palla si fa rovente.
Limiti tattici e caratteriali
Squadra lunga, fasce scoperte e transizioni disastrose: dal punto di vista tattico, la squadra appare un puzzle incompleto. Gattuso ha cercato equilibrio, ma il campo racconta altro: reparti sfilacciati, distanze ingestibili, difesa che va in apnea ad ogni ripartenza. Le fasce sono spesso scoperte e la mediana non fa filtro. Ogni palla persa diventa un’occasione per gli avversari, e contro una squadra fisica e verticale come la Norvegia il conto è stato salatissimo.
La fragilità mentale è forse l’aspetto più preoccupante. Alla prima scintilla avversa, la squadra si dissolve. Il gol dell’1-1 ha trasformato l’Italia: da propositiva a impaurita, da compatta a disordinata. È l’ennesima conferma di un problema profondo: questa Nazionale non sa reagire ai momenti critici, non trova risorse interiori, non sa cambiare ritmo o gestione emotiva.
Bisogna porsi delle domande
Siamo davvero pronti ad affrontare avversari affamati e organizzati? La domanda non è se possiamo qualificarci: è se siamo in grado di competere mentalmente e tatticamente. L’Italia non è superiore a nessuna delle possibili avversarie di marzo. Può vincere con chiunque, ma, soprattutto, può perdere con chiunque. È questo il vero nodo. I playoff della prossima primavera ci diranno se questa squadra riuscirà finalmente a ritrovare un’identità o se l’ennesima debacle sarà solo un’altra tappa di una crisi strutturale più esasperata e profonda.
Torna alle notizie in home