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Economia

La lettera scarlatta: Meloni scrive all’Ue che alza il muro di gomma

L'insensata devozione al parametro del 3% rischia di distruggere la credibilità di Bruxelles

di Giovanni Vasso -


Il buon senso bussa alla porta della Commissione, e nessuno gli apre: dopo la lettera di Meloni non cambia nulla a Bruxelles. Nemmeno stavolta. Giorgia Meloni ha messo Ursula von der Leyen alle strette. La lettera che la premier italiana ha spedito a Bruxelles mette la Ue di fronte a ciò che sa fare meno. Assumersi le responsabilità di ciò che fa davanti ai cittadini elettori. La presidente del consiglio italiana ha sollecitato la Capa dell’esecutivo comunitario spiegandole che sarà davvero difficile spiegare perché il governo potrà spendere (e spandere) per l’acquisto di missili, droni, armi, proiettili ma non potrà farlo per aiutare il tessuto sociale ed economico dalla minaccia rappresentata dall’impennata dei costi dell’energia. Non è solo una questione economica. Ma è squisitamente politica.

La lettera di Meloni, il caso Ue

Perché reggere le sorti di un Paese membro con questa classe dirigente della Ue, in questo momento storico, è un problema serio. Non è facile giustificare tutto sotto il manto della teologia del Patto, del Sacro Vincolo del 3%. Che, peraltro, non ha la minima base scientifica né economica. La genesi di quella stramaledetta soglia è fin troppo nota: l’ennesimo compromesso che risale ai (poco) gloriosi anni ’90. Uno slogan potente. Tanto da essere diventato una religione. In nome della quale, per restare in Italia, non si può spendere. Eppure ce ne sarebbero di cose da fare. Ci sarebbe da aggiustare le scuole, ci sarebbe da rimettere in sesto gli ospedali, a cominciare dalla sala operatoria di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia (non in chissà quale landa sperduta del tanto vituperato Sud, refugium peccatorum di ogni male). Ci sarebbe da potenziare la sicurezza, a tutti i livelli, per evitare che si verifichino nuove tragedie come quella che a Modena ha insanguinato il weekend. Oggi, a tutta questa lista infinita di cose da fare, si aggiunge la necessità di calmierare l’energia per quella che è (e chissà fino a quando lo resterà) la seconda manifattura d’Europa. Spendere per le armi e non per le bollette diventa un problema. E nella lettera, questo, Meloni lo scrive chiaro e tondo.

La lezioncina dei (soliti) portavoce

Ma quando la realtà bussa a Bruxelles, al solito, trova chiuso. Nessuno ci mette la faccia, mandano avanti i soliti portavoce. Il primo è stato l’arcigno Valdis Dombrovskis. Che prima, di persona, ha annunciato l’inizio dei pagamenti del prestito da 90 miliardi all’Ucraina. E poi ha spedito il portavoce Balasz Hujvari a farci la solita lezioncina col ditino alzato: “Sono già stati stanziati circa 300 miliardi di euro per investimenti energetici nell’ambito di strumenti come il Next Generation Eu (il Pnrr, ndr), la Politica di Coesione, ma anche il Fondo per la Modernizzazione, con circa 95 miliardi ancora da utilizzare”. Poi l’ammissione di colpa che viene addirittura rigirata a ramanzina: “Gli Stati membri dispongono oggi di un margine di manovra di bilancio limitato a causa degli elevati livelli di deficit e debito, di un contesto di tassi di interesse più elevati e dell’urgente necessità di ulteriori spese per la difesa. È essenziale che qualsiasi misura di sostegno sia temporanea, mirata, in modo da limitare i costi di bilancio, e che non faccia aumentare la domanda aggregata di energia”. Come, nel 2022, i salari dovevano restare bassi (tranne i loro…) per evitare l’insorgere dell’inflazione, così adesso occorre “risparmiare” sulla bolletta. Prima ci smontano, poi dicono che è colpa nostra. Bell’affare.

Aria fritta

Il carico, però, ce lo ha messo Paula Pinho. Portavoce proprio della presidenza, di frau Ursula. Ha ammesso che la lettera è stata effettivamente ricevuta. E adesso non potranno più trincerarsi dietro l’assenza di documenti per dribblare le richieste di Roma. “Non entreremo qui nei dettagli della lettera e, naturalmente, risponderemo il più presto possibile. Stiamo monitorando attentamente la situazione, anche per quanto riguarda l’energia, e saremo pronti a esaminare il quadro delle flessibilità esistenti nel quadro della governance di bilancio dell’Ue”. Chiacchiere.

La devozione al 3% farà crollare l’Ue?

Pur di difendere un numero, il 3%, pur di attaccarsi a un’idea che esiste solo nella loro mente, sono pronti a mandare a ramengo ciò che resta dell’economia italiana e dell’Ue stessa. Dopo aver passato anni a lottare contro il bigottismo, ci ritroviamo di fronte alle beghine di numeri che non esistono a cui però tributano un’adorazione totale. A spese nostre. La lettera di Giorgia Meloni fa esplodere il cortocircuito. Bruxelles deve negare all’Italia la deroga sull’energia. Altrimenti dovrà accordarla a tutti gli altri. E, nel frattempo, si trova spiazzata perché quello spazio l’aveva già “appaltato” al riarmo, necessario per continuare (anche) a sostenere lo sforzo di Kiev nella guerra contro la Russia. Un investimento che è già costato tanto, troppo. E su cui nessuno può più tornare indietro. Quando, per sfilarsi, sarebbe bastato un po’ di ragione già tanto tempo fa. Ma, al solito, quando il buon senso bussa, a Bruxelles trova chiuso.


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