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Politica

Il braccio di ferro tra Meloni e Santanchè

di Lino Sasso -


Altro che fisiologiche scosse di assestamento. Il terremoto è ancora in atto e non è affatto finito insieme allo scrutinio del referendum. È, anzi, cresciuto di intensità a causa delle mancate dimissioni da ministro del Turismo di Daniela Santanchè. Una scelta che ha mandato Giorgia Meloni letteralmente su tutte le furie. Tanto più che, loro malgrado, il sottosegretario con delega al Dap Andrea Delmastro e la capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi non si sono sottratti al repulisti imposto dalla premier all’indomani della bocciatura della riforma della giustizia. Entrambi in un primo momento blindati al proprio posto, chiuse le urne non c’è stato scampo per nessuno dei due. Il passo indietro si è fisicamente consumato nelle stanze del ministro Nordio, dove Delmastro e Bartolozzi sono stati ricevuti.

Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi

L’ingresso nell’ufficio del Guardasigilli dei due pesi massimi del dicastero indicava già di per sé come ne sarebbero usciti. Senza detenere più i rispettivi incarichi. Perché se le formalità del passo indietro sono state espletate a via Arenula, la decisione è stata assunta sull’asse con Palazzo Chigi. Appena all’indomani del referendum, anche dinanzi al rischio di una strumentalizzazione dell’opposizione. “Siamo il partito della legalità e non può passare il messaggio di un governo che difende i suoi esponenti dai processi”, sarebbe stato il ragionamento di una Meloni furente. Soprattutto indisponibile ad attendere che le acque si fossero calmate prima di pretendere il passo indietro di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè. Ma la ministra del Turismo non ha ceduto al pressing. Non sarebbero servite a nulla neanche le intercessioni dello ‘sponsor’ La Russa. Daniela Santanchè è determinata a rimanere al proprio posto. E’ a questo punto che la crisi ha raggiunto il suo apice, facendo registrare la scossa più forte della giornata.

Le reazioni alle mancate dimissioni della Santanchè

Arriva la temuta nota di Palazzo Chigi con la quale la premier esprime apprezzamento per il passo indietro di Delmastro e Bartolozzi. Poi la sferzata alla ministra: “Auspico che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè”. Auspicio disatteso, mentre le opposizioni, forti del braccio di ferro in atto, hanno annunciato la presentazione dell’ennesima mozione di sfiducia nei confronti della Santanchè. Il paradosso adesso, è che se la ministra continuasse sulla strada della resistenza a oltranza lo sbocco potrebbe essere davvero quello di un passaggio parlamentare decisamente imbarazzante. Ma non necessariamente risolutivo. Perché tecnicamente a dover ottenere la fiducia e a dover prendere atto di un’eventuale sfiducia è il governo nella sua collegialità. Nulla è invece previsto costituzionalmente per i singoli ministri.


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