Politica

L’INTERVISTA – I conflitti nel pianeta, Bertinotti: “La pace passa per Putin. Biden non ha altre strade”

di Edoardo Sirignano -

FAUSTO BERTINOTTI, SINDACALISTA EX PRESIDENTE CAMERA DEI DEPUTATI


“La pace passa per il dialogo con Putin. Biden non ha altre strade”. A dirlo Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera e già leader di Rifondazione Comunista.

In questo particolare momento, la pace passa per Putin, ormai visto dai più come il “mediatore”?

La persecuzione delle guerre produce solo disastri. Vanno, dunque, individuate con partecipazione e coinvolgimento tutte quelle iniziative, da chiunque provengano, che possano aprire sentieri di pace. Come diceva il famoso leader cinese Deng Xiaoping: “non importa il colore dei gatti, purché prendano i topi”.

L’Occidente, pertanto, dovrebbe aprire, sin da subito, una trattativa col Cremlino?

L’Occidente avrebbe dovuto cercare la strada delle trattative, ogni volta, che gli sono state offerte. Diversi gli interlocutori che si sono affacciati sulla scena. L’Europa, invece, ha solo seguito l’America di Biden. Quest’ultimo, però, ha dato il peggio di sé.

Si riferisce alla politica estera?

Nella politica estera, non dico quella interna, perché lì si adopera al meglio, la posizione del presidente americano merita attenzione.

Biden probabilmente è in difficoltà tra l’impeachment e i repubblicani che non vogliono dare soldi a Zelensky…

I repubblicani sono sempre stati coerenti e lo sono anche adesso. La si può considerare giusta o repellente, ma quella è la loro linea. Biden, invece, si è infilato in un’interpretazione sbagliata. Ha trasformato un conflitto locale in uno scontro tra democrazie e autoritarismo. Un errore clamoroso che ha dato vita a una resistenza a ogni ipotesi di negoziato. L “avanti fino alla vittoria” di Zelensky è una tesi folle perché nessuno può vincere. Ciò, intanto, ha condotto gli Usa in un vicolo cieco da cui è difficile venirne fuori. Biden, pertanto, sarà costretto ad accettare interlocutori che non avrebbe mai voluto, a partire da Putin.

Una volta l’Europa e soprattutto l’Italia mediava tra Washington e Mosca. Oggi perché non è in grado di farlo?

Quest’Italia non assomiglia neanche lontanamente a quella di una volta, in grado di mediare. Prima, pur essendo nell’alleanza atlantica, abbiamo sempre dimostrato autonomia, in particolare nel Mediterraneo. Abbiamo avuto, ad esempio, leader come Mattei, che per difendere la conquista di spazi internazionali di mercato petrolifero, ha guardato con grande interesse all’Unione Sovietica, non alla Russia. Con questa aveva stretto un rapporto di amicizia e si era addirittura scontrato con quelle sette sorelle, che guidavano larga parte dell’economia americana. Questa tradizione di autonomia, d’altronde, è ben visibile a Sigonella. Possiamo dire, dunque, che un percorso si è interrotto con la fine del Novecento. Siamo di fronte a un’Italia preda della guida nordamericana, in cui è rimasta imprigionata. Lo stesso ragionamento vale per l’Europa.

Andando allo scontro in Medio Oriente, Israele ha mai voluto due Stati?

I governi laburisti di Israele, fino a Barak, si stavano evolvendo verso il modello “due Stati per due popoli”. La negazione iniziale sionista stava davvero lasciando il posto a una politica di ricerca di intesa, come si è visto a Oslo. Una svolta in negativo, invece, avviene con Netanyahu, che esplicitamente ha negato quest’ipotesi con l’invasione dei coloni della Cisgiordania, spinti dal suo governo armati e in condizione di macchiarsi di crimini. Ciò non c’entra niente con la risposta ad Hamas. L’intelligentia palestinese quest’azione la denuncia da 15 anni. Stiamo parlando di cose che disse, un po’ di tempo fa, Shimon Peres.

Cambiando argomento, negli ultimi giorni si sta discutendo molto del rifiuto di Schlein all’invito di Atreju. Se si fosse trovato nella medesima posizione della segreteria del Partito Democratico, avrebbe accettato il confronto oppure no?

Non sono stato invitato. Non mi pongo, dunque, neanche il problema. C’è stato il tempo in cui mi è stato chiesto e ci sono andato, pur essendo in una condizione in cui la contrapposizione tra la mia posizione e quella degli organizzatori di Atreju era evidente. La caratteristica di quella manifestazione, però, è che non aveva alcun tratto propagandistico. Era semplicemente un teatro di dibattito.


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